Thursday, 17 March 2011

Lezioni di patriottismo

di Rinaldo Francesca

“La questione del bruciare la bandiera. Quella sì che ha portato alla luce un po' di emozioni da ritardati!”
Così cominciava uno sketch del compianto Bill Hicks, seguito da un immaginario dialogo tra sé stesso e uno dei tanti personaggi con i quali Hicks popolava il suo palco.
In questo dialogo, un immaginario, indignato patriota redarguiva Bill per aver commesso l'atto sacrilego di bruciare la bandiera degli Stati Uniti.
“Lascia che ti dica una cosa”, cominciava “mio padre è morto per quella bandiera!”
“Davvero?” domandava Bill impassibile “La mia l'ho comprata. La vendono da K-mart per 3 dollari”.
“È morto nella Guerra di Corea per quella bandiera!”
“Che coincidenza! La mia è stata fatta in Corea!”
Quello che Bill Hicks riusciva magistralmente a dire con quest'ultima battuta era: “No gioia, non so come dirtelo per non urtare la tua sensibilità, ma in realtà tuo padre non è morto per questa bandiera. Tuo padre è morto affinché le corporazioni multinazionali – basate prevalentemente nel nostro paese – potessero avere un accesso preferenziale ai mercati asiatici, chiudere le fabbriche qui (licenziandone i lavoratori) e aprirne delle altre in Corea, dove la manodopera è molto meno cara. Sicché, se veramente onori la memoria di tuo padre, avendo un po' di sale in zucca, l'ultima cosa che dovresti fare sarebbe venerare il simbolo fasullo che gli è stato propinato per mandarlo a morire all'altro capo del mondo. Dovresti piuttosto darmi una mano a bruciare questo stupido pezzo di stoffa”.
E tutto questo Bill Hicks diceva con una sola battuta: “My flag was made in Korea”. Geniale!
video
O forse sono io che sbaglio?
Non lo so, aiutatemi voi a capire. Datemi qualche lezione di patriottismo, in una giornata come questa, che qui dalle mie parti viene solo associata con il giorno di San Patrizio.
Davvero: esiste forse un motivo razionale per cui un cittadino di un qualunque paese del mondo debba giurare totale lealtà, fino all'estremo sacrificio, solo a una piccola porzione del pianeta - non tutto, e solo a una piccola porzione della popolazione della Terra – non tutta? Per il solo fatto che il punto geografico in cui questo ipotetico cittadino è nato si trova, per puro caso e in séguito a decisioni prese da altri, in quella specifica porzione di mondo – la quale peraltro non è immutabile, ma di cui tutto è soggetto a cambiamenti e modifiche (costituzione, leggi, governi, amministrazioni, lingue parlate, confini territoriali, etc)?
OK, vediamo se riesco a indovinare le vostre obiezioni.
Obiezione no.1: ma quale estremo sacrificio? Quando si parla del Belpaese per esempio, nessun italiano è disposto a rinunciare nemmeno all'aperitivo se non si è prima assicurato che ci sia il suo bravo tornaconto (assicurare “posto fisso” ai figli, etc etc).
D'accordo. Allora smettiamo di raccontarci delle balle e, soprattutto, cambiamo quell'inno nazionale, per piacere, che viene tuttora inflitto ai bambini delle scuole elementari. Eh sì perché me li ricordo bene gli italianini festaioli che scorrazzavano per le strade di Soho, festeggiando la vittoria degi Azzurri milionari in braghette ai mondiali del 2006: adorabilmente, lo cantavano eccome quell'inno, né si tiravano indietro quando si trattava di cantare la spassosa strofa: “Siam pronti alla morte”. Capite? Tutti pronti alla morte, a quanto pare. Dal primo all'ultimo.
Obiezione no.2: ma quale motivo razionale? Se abbiamo imparato qualcosa dalla vita, allora dovremmo sapere che è proprio per le ragioni più irrazionali ed emotive che certe persone sono disposte a sgozzarsi tra loro: non certo per il numero di Avogadro. Di solito si tratta delle stesse persone che disprezzano l'idea stessa di mettersi a ragionare a tavolino, razionalmente, per concludere dove stia la ragione, e che congedano tale idea con termini dispregiativi quali “buonismo”, o “relativismo morale” (perlomeno, quelli tra loro che riescono a esprimersi con parole che contengano più di una sillaba).
D'accordo, obiezione recepita; ma mi piace pensare – correggetemi se sbaglio – che quei quattro lettori (letteralmente quattro, come potete vedere) →
che si avvicinano a questi sparpagliati, innocenti pensieri abbiano un quoziente d'intelligenza un po' più alto rispetto alle creature di cui sopra. È ad essi che mi rivolgo per avere qualche dritta. Aiutatemi voi.
Allora, si tratta di giurare “fedeltà” a quella bandiera? Del tipo: “Non avrai altra bandiera all'infuori di quella”? Giuramento tradito da milioni, ogni domenica allo stadio?
Quando facevo il servizio militare ne sentivo parecchi di quelli che Bill Hicks avrebbe chiamato ritardati (ritardati in uniforme: un cocktail esplosivo!) che dicevano proprio questo: “Bisogna essere leali a quella bandiera, e pensare a quante persone sono morte perché fosse quella, e non un'altra”.
Ahinoi, e chi ha il coraggio di infrangere le illusioni di queste povere creature, spiegando loro che il luogo dove quella bandiera fu concepita nel 1797 – e dove l'originale è tuttora conservato, cioè la Sala del Tricolore nel palazzo del Comune di Reggio Emilia – non era poi un posto così pericoloso e, a quanto ci è dato sapere, non vi furono morti in quell'occasione, nella sala principale del comune? D'altronde, a ben guardare, il tricolore era la bandiera della Repubblica Cisalpina, ed era un tricolore orizzontale, con strisce rosse, bianche e verdi e, al centro, un emblema composto da una faretra: quindi, per coloro che non l'avessero capito, non si trattava nemmeno di quella bandiera.
Del resto, ammetto che il mio servizio militare potrà essere stato piuttosto inusuale, avendolo io trascorso più che altro in Somalia nel '94 (operazione Ibis), circondato da compagni d'armi che erano partiti per questa meravigliosa avventura nella convinzione di riaffermare la presenza dell' Itaglia nei suoi perduti territori nel Corno d'Africa. Non credo di dover aggiungere altro.
Allora, saranno pure leali a qualcosa 'sti italiani, avranno pure un concetto ben definito in mente quando si riempiono la boccuccia della parola “patriottismo”? Che ne so, magari le loro istituzioni? Come per esempio la Costituzione della Repubblica Italiana?
No, probabilmente no, visto che si è continuato a eleggere un fenomeno che la definiva con spregio “di ispirazione sovietica”. [1]
Allora forse i nostri eletti rappresentanti? Sì certo, come no! Soprattutto quei cittadini per i quali la parola “governo” è inseparabile da “ladro” (non del tutto a torto), peraltro in un paese dove – modestia a parte – l'evasione fiscale ammonta a 120 miliardi di euro. [2]
In altre parole: “Siam pronti alla morte?”
“Certo, anche subito!”
“Siam pronti a pagar le tasse?”
“Ehm...”
OK, d'accordo, lasciamo perdere: d'altronde non è da stamattina che Giorgio Gaber, catturando una weltanschauung tutta italica, basata sulla disassociazione da quella mandria nota con il nome di “connazionali”, cantava Io Non Mi Sento Italiano. Ciò che voglio dire è che si sapeva già da un pezzo che l'italiano non fosse patriottico, e che la sua cosiddetta identità nazionale fosse inesistente – anche se è sempre utile riuscire a simularla al momento opportuno, come quando ci si trova a dover guardare dall'alto al basso un qualche straniero (“Allora qui m'incazzo / son fiero e me ne vanto / gli sbatto sulla faccia / cos'è il Rinascimento”).
E un'occhiata tra i blog in lingua italica (quelli che reputo intelligenti) rivela che, in fondo in fondo, non sono del tutto solo quando, all'ennesima volta che mi viene chiesto se – dopo tutti questi anni passati vivendo in diversi paesi – io mi senta prima di tutto ligure, italiano, europeo o chissà che, rispondo invariabilmente: “Mi sento Homo Sapiens”.
Sto pensando in particolare a un tal Natalino Balasso, [3] che scrive: “L’orgoglio è un sentimento pericoloso, non vedo perché dovrei sentirmi orgoglioso di essere italiano, quando questo dovrebbe significare che preferisco essere italiano invece di francese o lèttone o curdo o israeliano o americano. Mi sarebbe indifferente appartenere a qualsiasi nazionalità, perché ritengo che l’amor patrio sia una cosa vuota oltre che pericolosa”.
Oppure all'imperdibile Nato il 17 marzo, di Lame Duck. [4]
Va bene, vi concedo tutto ciò. L'italiano non è patriottico.
Se parliamo però in senso globale, il patriottismo esiste eccome, misurabile, quantificabile, usato un po' ovunque nel caro vecchio spirito del “Non chiedere che cosa possa fare per te il tuo paese: chiedi piuttosto ciò che puoi fare tu per il tuo paese”, per citare JFK.
E allora si ritorna alla mia domanda iniziale: patriottismo in quanto lealtà a una porzione sola di questo pianeta? In un'epoca come questa, in cui il concetto di nazione-stato, ereditato dal Romanticismo, è sempre più astratto e obsoleto, come ci ricordano i burocrati di Bruxelles (non dimentichiamo che c'è un Nuovo Ordine Mondiale da mettere in atto: possiamo mica perdere tempo con queste fregnacce)? Per piacere.
E lealtà a che cosa, esattamente? Ai confini territoriali, e all'entità/dimensione geografica di una nazione?
Beh, visto che siamo in tema di Romanticismo, in un certo senso sì, se si considerano i milioni di giovani vite che vennero mandate al macello durante le guerre napoleoniche per modificare provvisoriamente i confini territoriali della Francia. Mettiamoci il cappello da storici (potete farlo anche voi a casa, bambini).
Come dicono Emma Barker e Antony Lentin: “L'epoca napoleonica terminò dopotutto con un immenso punto interrogativo: la Francia ritornò alle frontiere che aveva nel 1789. Un milione di soldati erano morti nelle guerre di Napoleone. A cosa era servito tutto ciò?” [5]
E proseguiamo nella timeline degli eventi, sperando di attirarci il disprezzo di storici professionisti (preferibilmente barbuti: li voglio barbuti!), che guardino con superiorità al nostro pressapochismio e alle nostre semplificazioni storiche.
L'Alsazia-Lorena (non ve l'aspettavate, eh?).
Decine di migliaia di morti nella guerra franco-prussiana per far sì che questo territorio fosse annesso all'Impero tedesco (i cui cittadini onorarono la memoria dei caduti, morti per regalare ai loro posteri il privilegio di poter annoverare l'Alsazia-Lorena tra i territori della propria nazione).
Nella Grande Guerra però il territorio passò nuovamente alla Francia; e, a séguito di ciò, fu il turno dei cittadini francesi di commemorare le centinaia di migliaia di giovani che morirono al fronte perché si potesse dire che l'Alsazia-Lorena era nuovamente parte integrante del territorio nazionale. E così rimase fino al 1940, quando Hitler pensò bene di inglobarla nel Terzo Reich: niente come un'altra bella carneficina (leggi: seconda guerra mondiale) per rimettere le cose a posto!
Ora, si sente sempre fare l'automatica associazione mentale tra tutte quelle vite buttate e l'onore ai caduti da un lato, e il patriottosimo dall'altro. Sarà, ma a me le due cose sembrano antitetiche. Anzi, ritengo che non vi sia gesto migliore per onorare la memoria dei caduti che quello di rigettare per sempre quelle illusioni astratte che vennero usate per sacrificare tutte quelle vite, solo perché le élites europee avevano voglia di giocare le loro partite di ping-pong con regioni come l'Alsazia-Lorena (con decine di migliaia di morti a ogni passaggio della pallina, tanto per gradire).
A dire la verità, l'autore John Zerzan ha una teoria ancora più inquietante riguardo alle cause della prima guerra mondiale. Leggendo tra le righe della storia, nel suo Origins and Meaning of WW1 (Origini e Significato della Prima Guerra Mondiale), Zerzan passa in rassegna a svariati esempi di disordine sociale che avvenivano in tutta Europa poco prima dello scoppio della Grande Guerra, e che stavano mettendo in discussione le tradizionali istituzioni di potere. Racconta di come i capi di stato in quegli anni avessero la tendenza a essere assassinati con regolarità nel primo decennio e mezzo del Novecento: Umberto I di Savoia (1900), il primo ministro russo Stolypin (1911), il premier spagnolo Canalejaas (1912), re Giorgio di Grecia (1913); ci parla di episodi di sollevazioni di massa contro l'autorità in Russia (in séguito al massacro della Lena), in Italia (con l'insurrezione della Settimana Rossa), in Francia (con 1073 scioperi solo nel 1913, che videro il coinvolgimento di un quarto di milione di lavoratori), in Germania (a séguito dell'incidente di Zabern, e sullo sfondo dell'ammutinamento dei 1300 membri dell'equipaggio del S S Vaterland al porto di Auxhaven) e in Inghilterra (con le rivolte in Ulster del 1913-4). La sua conclusione - peraltro confermata da dozzine di citazioni di personalità politiche e militari dell'epoca - è implacabile: le popolazioni degli stati europei tenevano le loro élites in ginocchio e, se non fosse scoppiata la guerra nel 1914, avrebbero potuto imporre tutte le loro condizioni. [6]
La carneficina del 1914-18, con i suoi 37 milioni di giovani vite falciate, mise fine a tutto ciò. Per arricchire un po' le banche e per conservare le élites europee al potere? A questo servì la Grande Guerra?
Ancora una volta, ripeto la mia domanda: riuscite a pensare a un modo migliore di onorare la memoria di tutti quei caduti se non quello di finire il lavoro che avevano cominciato – e che avrebbero portato a termine se le loro vite non fossero state stroncate perché davano un po' fastidio ai potenti?
“Aah, ingenuo idealista”, mi si dirà “ma non capisci che in realtà, quando si rende omaggio ai caduti per la Patria, non si fa altro che ringraziare il loro sacrificio che rese possibile il benessere di cui godiamo noi oggi?”
È questo il ragionamento? Per i beni materiali e la relativa prosperità di cui godiamo oggi, nei nostri rispettivi paesi, dobbiamo prima di tutto ringraziare coloro che furono sacrificati perché ciò fosse possibile, e la lungimiranza dei governanti di allora, che pensarono bene di mandare tutte queste persone a morire per realizzare questa favolosa ricchezza di cui godiamo oggi?
Sono d'accordo: ma a condizione che si onorino tutti i caduti per quella causa.
Per questa ragione, per esempio, i belgi dovrebbero onorare i dieci milioni di congolesi che vennero sterminati tra il 1891 e il 1911 durante il regno di Leopoldo II per sfruttare (rubare) le risorse del Congo. [7]
Idem per i tedeschi, quando si pensa allo sterminio degli Herero e del Nama. E dite un po' – già che ci siamo – vi risulta che qui in Gran Bretagna vi sia un giorno per commemorare i persiani che vennero uccisi nel 1953, per rimettere sul trono lo Scià di Persia, e continuare a garantire un trattamento di favore alla Anglo-Iranian Oil Company (oggi nota come BP)? In fondo è proprio da questo trattamento preferenziale – e il petrolio persiano a prezzi stracciati per tutti gli anni '50, '60 e '70 – che il Regno Unito deriva il suo attuale benessere.
E quando l'italiano si asciuga una lacrimuccia davanti a una fiamma che commemora i caduti per la patria, pensate che gli vengano in mente le vite devastate dall'italianissima Agip in Nigeria? Non siamo forse anche lì al cospetto di vite sacrificate per un benessere tutto per noi?
Ed esiste da qualche parte nel mondo un giorno per commemorare tutti i coltivatori indiani che continuano a commettere suicidio perché devono fare i conti con un certo aggiustamento strutturale imposto dal Fondo Monetario Internazionale, che obbliga il loro governo a importare e immettere sul loro mercato le nostre colture – mandando in sfacelo la loro agricoltura? In fondo questo si traduce in benessere per i nostri mercati, no?
Niente, continuo a brancolare nel buio: non è la bandiera, non è l'inno, non è l'identità geografica, non sono i caduti per la patria....
Mi date una mano voi a capire che cosa dovrei celebrare oggi?
O devo vestirmi di verde e andare a festeggiare San Patrizio?

[1] Berlusconi: "La Costituzione è di ispirazione sovietica", Repubblica, 12 aprile 2003, disponibile qui:
http://www.repubblica.it/online/politica/berluparla/torino/torino.html
[2] Sebastiano Barisoni:
Sale l'evasione che tocca quota 120 miliardi di Euro - Le differenze territoriali: dove si evade di più, Radio 24, 24 maggio 2010, pubblicato su:
http://www.radio24.ilsole24ore.com/main.php?articolo=evasione-fisco-manovra-correttiva-carte-credito-banche-federalismo-tasse
[3] Natalino Balasso:
Retorica di Sinistra, 20 febbraio 2011, reperibile qui:
http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/02/20/retorica-di-sinistra/93129/
[4] Disponibile su:
http://ilblogdilameduck.blogspot.com/2011/02/nato-il-17-marzo.html
[5] Emma Barker e Anthony Lentin (2004) Block 2 –
The Napoleonic Phenomenon, The Open University, pagina 139.
[6] John Zerzan:
Origins and Meaning of WWI, reperibile qui:
http://www.scribd.com/doc/49337748/Zerzan-Origins-and-Meaning-of-WWI
[7] Adam Hochschild:
King Leopold's Gold (Boston, 1998)

2 comments:

  1. Caro Rinaldo,
    ti ringrazio della stima di ritenere i tuoi lettori superiori alla media, preciso che per me è immeritata, non sento affatto di essere superiore, infatti manco io ti sò rispondere cosa significhi essere devoti a quella bandiera.
    Io non mi sento orgogliosa nemmeno di appartenere alla specie umana se è per questo, che si ritiene tanto evoluta ma lo è solo nell'arroganza e supponenza.
    Penso che basterebbe un sano rispetto di tutte le diversità che compongono le varie comunità, delle tradizioni e della loro storia, senza voler per forza "soppiantarli" per imporre l'homo consumatore di ciò che impone il mercato, insomma senza omologare "a suon di democrazia".

    Ciao
    Barbara

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  2. I tuoi pensieri sono azzeccatissimi... e mi sono più di riferimento di quanto tu non creda.
    Grazie, e continua così!

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