Monday, 11 October 2010

Slavoj Žižek: il multiculturalismo liberale nasconde un vecchia barbarie dal volto umano

Il Guardian di domenica 3 ottobre ha dato spazio a una riflessione dell'intellettuale Slavoj Žižek. Dopo una lettura dell'articolo, e attanagliati dal dilemma di decidere tra profonda analisi del nostro tempo, sottolineatura dell'ovvio, o semplice masturbazione mentale senza applicazioni pratiche, ma non priva di entertainment value, chiediamo umilmente il vostro aiuto. Di che si tratta?

In tutta Europa, le politiche dell'estrema destra ci stanno infettando con il bisogno di leggi anti-immigrazione 'ragionevoli'.
Le recenti espulsioni dei Roma, o zingari, dalla Francia hanno attirato proteste da tutta Europa – dai media liberali ma anche da politici di alto rango, e non solo quelli di sinistra. Ma le espulsioni sono continuate, e sono solamente la punta di un iceberg ben più vasto nelle politiche europee.
Un mese fa, un libro di Thilo Sarrazin, un direttore di banca che veniva considerato vicino ai Social-democratici, ha fatto scalpore in Germania. La sua tesi è che l'entità tedesca è in pericolo perché a troppi immigrati viene lasciato il permesso di conservare la loro identità culturale. Nonostante il libro, intitolato La Germania Si Distrugge da Sé, sia stato enormemente condannato, il suo notevole impatto lascia capire di aver toccato un nervo.
Incidenti di questa natura sono visti sullo sfondo di una ristrutturazione a lungo termine dello spazio politico nell'Europa dell'est e dell'ovest. Fino a poco tempo fa, la maggior parte dei paesi europei era dominata da due partiti principali, che raccoglievano la maggioranza dell'elettorato: un centro-destra (cristiano-democratico, liberal-conservatore, popolare, etc.) e un partito di centro-sinistra (socialista, social-democratico), con piccoli partiti (ecologisti, comunisti) che si indirizzavano a un elettorato più ristretto.
Recenti risultati elettorali sia nell'ovest che nell'est indicano l'emergere di una polarità differente. Adesso c'è un partito centrista che sostiene il capitalismo globale, solitamente con una direzione culturalmente liberale (per esempio, tolleranza nei confronti di aborto, diritti dei gay, minoranze etniche e religiose). Opposto a questo, esiste un sempre più forte partito populista anti-immigranti che, ai suoi estremi, accoglie gruppi apertamente razzisti e neo-fascisti. L'esempio migliore di ciò è la Polonia dove, dopo la scomparsa degli ex-comunisti, i partiti principali sono il centrista partito liberale, “anti-ideologico” del primo ministro Donald Tusk e il partito conservatore cristiano di Legge e Giustizia dei fratelli Kaczynski. Tendenze simili sono riscontrabili nei Paesi Bassi, in Norvegia, in Svezia e in Ungheria. Come ci si è arrivati?
Dopo decenni di speranza tenuta insieme dallo stato sociale, quando i tagli finanziari venivano spacciati come provvisori, e sostenuta da promesse che le cose sarebbero presto tornate alla normalità, stiamo entrando in un'epoca nella quale la crisi – o piuttosto una sorta di stato economico di emergenza, accompagnata dalla necessità di ogni sorta di misure di austerity (tagliare i sussidi, ridurre i servizi sanitari e d'istruzione, rendere i lavori precari) è permanente. La crisi sta diventando il nostro modo di vita.
Dopo la disintegrazione dei regimi comunisti nel 1990, siamo entrati in una nuova era in cui la forma predominante dell'esercizio del potere di stato è divenuta la squadra di esperti, depoliticizzati, e una coordinazione di diversi interessi. L'unico modo per introdurre un po' di passione in questo tipo di politica, l'unica maniera di mobilitare attivamente le persone è attraverso la paura: la paura degli immigranti, la paura del crimine, la paura della depravazione sessuale e senza dio, la paura dell'eccessivo potere dello stato (con il suo fardello di tasse e controllo), la paura della catastrofe ecologica, nonché la paura di essere infastiditi (la correttezza politica è un esempio della versione liberale di queste politiche della paura).
Una simile politica fa affidamento sulla manipolazione di una moltitudine paranoica – gli spaventosi comizi di donne e uomini spaventati. È per questo che il grande evento della prima decade di questo nuovo millennio è stato quando le politiche anti-immigrazione sono divenute mainstream e hanno finalmente tagliato il cordone ombelicale che le aveva tenute legate ai partiti della minoranza di estrema destra. Dalla Francia alla Germania, dall'Austria all'Olanda, nel nuovo spirito dell'orgoglio nella propria identità storica e culturale, adesso i partiti di maggioranza trovano accettabile sottolineare che gli immmigranti sono ospiti che si devono adattare ai valori culturali che definiscono la società ospite - “è il nostro paese: amatelo o abbandonatelo” è il messaggio.
I liberal-progressisti sono naturalmente orripilati da questo razzismo populista. Tuttavia, uno sguardo più attento rivela come la loro tolleranza multiculturale e il rispetto delle differenze condivide con chi si oppone all'immigrazione il bisogno di tenere gli altri a dovuta distanza. “Gli altri mi stanno bene, io li rispetto” dicono i liberali “basta che non mi vengano troppo vicino, perché a quel punto mi infastidiscono – sostengo pienamente questa affirmative action, ma non ho intenzione di ascoltare il rap ad alto volume”. Ciò che sta emergendo sempre più come diritto umano nelle società tardo-capitaliste è il diritto di non essere infastiditi, cioè il diritto di rimanere a una distanza di sicurezza dagli altri. Un terrorista i cui piani letali vanno sventati deve rimanere a Guantánamo, la zona grigia, svuotata del diritto di legge; un ideologo fondamentalista dovrebbe messo a tacere perché sparge l'odio. Persone del genere sono individui tossici che disturbano la mia pace.
Oggi sul mercato troviamo tutta una serie di prodotti privati delle loro proprietà maligne: il caffè senza caffeina, la panna senza grassi, la birra analcolica. E la lista continua: perché non il sesso virtuale come sesso senza sesso? La dottrina di Colin Powell della guerra senza perdite (dal nostro lato, naturalmente) come guerra senza guerra? La ridefinizione contemporanea di politica come arte di amministrazione di esperti, ovvero di politica senza politica? Questo ci porta al multiculturalismo liberale e tollerante di oggi, come l'esperienza dell'Altro senza la sua Altritudine- una versione decaffeinata dell'Altro.
Il meccanismo di questa neutralizzazione fu formulato nel 1938 da Robert Brasillach, l'intellettuale fascista francese, che si considerava come un antisemita “moderato” e inventò la formula di antisemitismo ragionevole. “Ci consentiamo il permesso di applaudire Charlie Chaplin, metà ebreo, al cinema; possiamo ammirare Proust, metà ebreo; applaudire Yehudi Menuhin, ebreo; … Non vogliamo uccidere nessuno, non vogliamo organizzare alcun pogrom. Me pensiamo anche che il modo migliore per impedire le azioni, sempre imprevedibili, dell'antisemitismo istintivo sia di organizzare l'antisemitismo ragionevole".
Non è all'opera questo stesso atteggiamento nel modo in cui i nostri governi stanno combattendo la “minaccia dell'immigrazione”? Sentendosi nel giusto per aver rifiutato il razzismo populista diretto, in quanto irragionevole e inaccettabile per i nostri standard democratici, sostengono misure “ragionevolmente” o, come i Brasillach di oggi, alcuni di loro anche tra i Social Democratici, ci dicono: " Ci consentiamo il permesso di applaudire atleti africani e dell'Europa dell'est, dottori asiatici, programmatori indiani. Non vogliamo uccidere nessuno, non vogliamo organizzare alcun pogrom. Me pensiamo anche che il modo migliore per impedire le azioni, sempre imprevedibili, dell'anti-immigrazione istintiva sia di organizzare l'anti-immigrazione ragionevole".
Questa visione della sterilizzazione del prossimo indica un chiaro passaggio dalla barbarie diretta alla barbarie del volto umano. Rivela il regresso dal cristiano verso il pagano privilegiare la propria tribù contro il barbaro Altro. Anche se mascherata da difesa dei valori cristiani, è questa la più grossa minaccia all'eredità cristiana.

Thursday, 30 September 2010

Wikileaks: oops, imbarazzante - seconda parte: UK

di Rinaldo Francesca

(qui la prima parte)

E qual è stato l'impatto delle rivelazioni di Wikileaks in Gran Bretagna? vi sentiamo domandare a gran voce. Nella nostra schizoide testa, perlomeno.
Potrebbe illuminarci una fugace occhiata a quanto è stato blaterato in merito sui media outlets, per esempio, della News Corp, che fa a capo a quel gran pezzo d'uomo noto con il nome di Rupert Murdoch? O – per amore di brevità – quel gran pezzo di Murdoch?
Sì d'accordo - quelle voci nella nostra mente non accennano a calmarsi - percepiamo la vostra obiezione: come si fa a considerare britannica una compagnia come la News Corp, con sede legale registrata prevalentemente nei paradisi fiscali delle Cayman Islands e nelle Antille Olandesi, onde evitare di pagare le tasse ai Pommies [1]?
E così sia, cediamo alle vostre proteste; concedeteci però una breve sbirciatina su The Sun, orgoglio e bandiera del suddetto Murdoch, nonché giornaletto illustrato a colori, arricchito con titoli maiuscoli enfatizzati da punti esclamativi e con la foto di una ragazzina adolescente – topless - a pagina 3. Gli articoli di questo “quotidiano” hanno lo stile chiaro e immediato normalmente impiegato da chi ben conosce la perniciosità del deficit di attenzione dei propri lettori, costantemente a rischio di dimenticarsi che cos'è che stanno leggendo, talvolta anche nel mezzo di un trafiletto di quindici righe.
Eppure, mirabile dictu, questa sorta di Corrierino dei Piccoli per arrapati calciomani istruisce quotidianamente qualcosa come 7 milioni e mezzo di lettori [2] su chi o cosa debba essere, di volta in volta, il bersaglio della loro indignazione. E i lettori a quanto pare obbediscono, come sembrerebbe illustrare l'esito delle ultime elezioni in UK [3].
Conserviamo – e occasionalmente rileggiamo con affetto – quella copia del Sun dove Bradley Manning è disinvoltamente definito un 'traditore' [4] (quelle surprise, trattandosi di un giornale che strombazzò, a suo tempo, la necessità di aggredire l'Iraq). L'articolo obbedientemente ripete a pappagallo la linea del Partito, secondo cui le vite delle eroiche forze armate di Oceania – pardon, della Nato - sarebbero state messe in pericolo da questa inaccettabile fuga di notizie, nella quale vengono esposti – tra altre cose – i loro vari crimini di guerra (che sarebbe doverosamente preferibile definire “errori strategici”). La provenienza di questo argomento non è difficile da rintracciare: si tratta della party line dettata direttamente dalla Casa Bianca [5], nella quale si invita a dare più importanza alle vite dei militari della forza occupante che potrebbero essere state messe in pericolo, rispetto alle morti – reali - dei civili da loro provocate nel paese occupato, che sarebbero rimaste nascoste se non fosse stato per la suddetta fuga di notizie.
E a proposito di fatti che tendono a rimanere celati, se ci si permette di cambiare un po' discorso: anche qui in UK ultimamente, per quanto riguarda il coinvolgimento britannico in quel della Mesopotamia, non sono mancati quegli emozionanti elementi che, se messi sapientemente in fila, formano la struttura portante di uno di quei gialli di cui si sente il disperato bisogno d'estate, allorché nell'atto di fare la valigia per le ferie, ci si rende conto che prima o poi si è destinati a rimanere a corto di argomenti di conversazione con il vicino di ombrellone. Ecco quindi un paio di fatterelli cui possiamo dare l'elegante etichetta Food for Thought.
Fatto n.1: come qualcuno già saprà, la riapertura dell'inchiesta sulla morte del Dr. David Kelly nel 2003 sembra sempre più una realtà, in séguito alla sfida lanciata da un gruppo di esperti medici e legali in agosto [6].
Piccolo flashback, giusto per ricordare chi fosse questo David Kelly.
Si era nel giugno del 2003, e l'umore dei nostri amati leader non era dei migliori. Il mancato reperimento della benché minima traccia delle celeberrime Armi di Distruzione di Massa in Iraq, con la conseguente dimostrazione di quanto l'intera impresa fosse un atto di guerra illegale, rischiava di mandare in frantumi quella parvenza di credibilità che George W. Bush & Tony Blair tentavano disperatamente di mantenere.
Quand'ecco che all'improvviso – dolorosa batosta finale per i nostri poveri leader – usciva un articolo sull'Observer [7] nel quale un non meglio identificato scienziato, alle dipendenze del governo, confermava che nemmeno un famigerato laboratorio mobile in Iraq – più volte citato nel dossier sulle Armi di Distruzione di Massa – sembrava avere niente a che vedere con oscuri intenti di guerra batteriologica, come il governo tentava istericamente di dimostrare.
Oddìo, qualcuno forse potrebbe anche sorridere all'idea che, si fosse anche trattato di un'accusa reale, un paio di camionette contenenti qualche bacillo dell'influenza venisse considerato come Arma di Distruzione di Massa da un paese che ha a disposizione 160 testate nucleari [8], mais laissons tomber.
Orbene, questo non meglio identificato scienziato era David Kelly. Fine della storia.
Ah no, scusate, quasi dimenticavamo: un mese dopo queste rivelazioni, David Kelly veniva trovato morto in un bosco. Suicidio, ovviamente.
Certo, vi fu un inizio d'inchiesta, ma questa venne tempestivamente bloccata da Lord Falconer che, per conto del governo, mise frettolosamente su un imparziale committee per investigare, capitanato da Lord Hutton. Conclusione? Ma suicidio, naturalmente, ve l'avevamo detto, no?
Capite, dopo aver smascherato il proprio governo come menzognero e guerrafondaio, forse con ulteriori rivelazioni in serbo, è perfettamente prevedibile che una persona decida di punto in bianco di non voler più vivere; il che ovviamente spiegherebbe alla perfezione perché mai Lord Hutton abbia pensato bene di porre il segreto di stato sui risultati dell'autopsia per 70 anni [9].
Visto? Nulla da nascondere.
E se mai qualcosa viene nascosto, è per il nostro bene. Resistete fanciulli, sono solo 70 anni.
O forse no?
Come dicevamo, l'inchiesta potrebbe venire riaperta e ora, a unirsi al coro di questi guastafeste mai contenti, ci ha pensato anche l'ex leader dei Tories Michael Howard, che ha annunciato: “Credo che adesso sarebbe appropriato tenere un'inchiesta completa” [10].
Adesso? Ahi, quante domande ci vengono in mente, Michael. Per esempio: è da ritenersi una coincidenza che tu ti sia improvvisamente svegliato soltanto adesso, vale a dire solo qualche minuto prima che iniziassero le operazioni per far tornare a casa dall'Iraq le truppe USA? quelle regolari perlomeno? Temevi forse che riscoprire la tua sete di verità sul casus belli che aveva portato all'occupazione dell'Iraq, per esempio, qualche mesetto fa, con gli eserciti d'oltre Atlantico ancora sul territorio, sarebbe stato un po' scortese nei confronti della potenza occupante? Va' a sapere.
E come andrà a finire questo giallo estivo? Chi vivrà vedrà.

(qui la terza parte)

(qui la quarta parte)

[1] Vedere News Corporation – A Corporate Profile, reperibile qui:
http://www.corporatewatch.org/?lid=360#tax
[2]
Dato riportato qui:
http://www.nmauk.co.uk/nma/do/live/factsAndFigures?newspaperID=17
[3]
Esattamente un anno fa, The Sun cominciava la sua campagna distruttiva contro i Laburisti. Vedere il famoso articolo Labour's Lost It:
http://www.thesun.co.uk/sol/homepage/news/2661063/The-Sun-Says-Labours-lost-it.html

[4] Duncan Larcombe: Forces Fury Over Web Leak 'Traitor', The Sun, 27 luglio 2010, reperibile su:
http://www.thesun.co.uk/sol/homepage/news/campaigns/our_boys/3070031/Forces-fury-over-web-leak-traitor.html
[5] Statement of National Security Advisor General James Jones on Wikileaks,
http://www.whitehouse.gov/the-press-office/statement-national-security-advisor-general-james-jones-wikileaks
[6] Haroon Siddique: Experts call for David Kelly inquest, The Guardian, 13 agosto 2010, disponibile su:
http://www.guardian.co.uk/politics/2010/aug/13/experts-call-david-kelly-inquest
[7] Peter Beaumont, Antony Barnett e Gaby Hinsliff: Iraqi mobile labs nothing to do with germ warfare, report finds, The Observer, 15 giugno 2003, reperibile su:
http://www.guardian.co.uk/world/2003/jun/15/iraq
[8] Vedere UK to be "more open" about nuclear warhead levels, BBC News, 26 maggio 2010, disponibile qui:
http://news.bbc.co.uk/1/hi/uk_politics/8706600.stm
[9] Mike Goslett: David Kelly post mortem to be kept secret for 70 years as doctors accuse Lord Hutton of concealing vital information, The Daily Mail, 24 gennaio 2010, reperibile su:
http://www.dailymail.co.uk/news/article-1245599/David-Kelly-post-mortem-kept-secret-70-years-doctors-accuse-Lord-Hutton-concealing-vital-information.html
[10] Sam Jones: Michael Howard joins call for David Kelly inquest, The Guardian, 15 agosto 2010, disponibile su:
http://www.guardian.co.uk/politics/2010/aug/15/michael-howard-david-kelly-inquest1

Sunday, 12 September 2010

Brown Sugar: dalla caramella al buco

di Rinaldo Francesca

Eh signora mia, che cosa ci vuol fare: certo che al giorno d’oggi non ci si capisce più niente, eh?
Tutti questi giovani che non fanno altro che prendere ‘ste droghe... ché poi si rovinano la vita, no? Colpa delle cattive compagnie, dice? Ah beh, sa com’è, su questo ci trova perfettamente d’accordo: tutta colpa delle cattive compagnie. Osiamo persino aggiungere che si tratta di grandi compagnie multinazionali, per giunta: senza fare nomi, per carità. D’altronde c’è sempre stata una certa tradizione sa, pensi alla britannica Compagnia delle Indie Orientali, che nell’ Ottocento controllava tutta la produzione d’oppio in India, e che mosse guerra alla Cina per costringerla ad importare questo lucrativo prodotto: sul finire del 1830 riuscì a creare qualcosina come 12 milioni di tossicodipendenti in Cina [1], il che – ce lo lasci dire – non è un traguardo da poco, eh?
Come dice, scusi? Aah, L’avevamo fraintesa? Lei in realtà parlava delle cattive compagnie a scuola? Ora La seguiamo, ci scusi. Lei intende dire che la colpa – stringi-stringi – ricade invariabilmente sui giovani (e su chi, altrimenti?) che spargono queste drogacce a scuola, e non certo su chi investe capitali su questo commercio e ne ricava i proventi (gente ben più matura, qualcuno ha voluto raccontarci), e che in banca non deve fare la fila perché – sa com’è – con gli introiti che deposita si guadagna la stima del direttore.
Lei dice, tutta colpa delle cattive compagnie a scuola, che insistono “E dài, e dài, e dài, fuma ‘sto spinello, fuma sennò non sei uno dei nostri”... ché poi lo sanno tutti che chi fuma lo spinello finisce inevitabilmente per iniettarsi l’eroina, no? Prima o poi...
Beh, ma lo sa che cosa abbiamo scoperto?
Si tenga forte signora, perché ci rendiamo conto che ciò che stiamo per dirLe potrà forse contraddire l'opinione corrente che tuttora circola in quei cenacoli di esperti che Lei frequenta, come il centro estetico, o l'atelier del parrucchiere; però se ci ascolta, Le promettiamo che ne vale la pena.
Beh, abbiamo scoperto due o tre cosette sull'antico assioma secondo cui lo spinello conduce alla siringa, sa? A quanto pare questa perla di saggezza risale al 1951, quando un signore chiamato Harry J. Anslinger, che per vent'anni era stato leader supremo dell'Ufficio Federale dei Narcotici negli Stati Uniti (FBN), raccontò quest'affascinante teoria, testimoniando davanti al Congresso. C'era molto in ballo, vede signora, perché si trattava di far passare una legge (nota come Boggs Act) che consegnasse più denaro e personale all'FBN – sotto le dipendenze del Dipartimento del Tesoro – per poter continuare la guerra contro la marijuana: non certo una cosa semplice, specialmente in quei tempi, all'indomani della pubblicazione di rapporti scientifici che – ahimé – sembravano provare una volta per tutte che la marijuana non conduceva alla follia, non deteriorava la salute fisica e mentale, non portava a commettere crimini e non provocava dipendenza [2]. Era quindi necessario, capisce, trovare un'altra scusa per poter continuare a demonizzare la cannabis, e così il nostro buon Anslinger inventò di... sana pianta (se ci perdona il gioco di parole) il concetto di spinello-anticamera-della-siringa.
Beh – Lei si domanderà giustamente – ma se questa storia non è mai stata vera, che motivo poteva mai avere questo Anslinger per raccontare frottole?
Chi lo sa, ipotizziamo, forse Anslinger aveva uno zio – tal Andrew W. Mellon – che oltre a essere il suo diretto superiore in quanto segretario del Tesoro, era anche un gigante della finanza e proprietario del gruppo T. Mellon & Sons (oggi conosciuto come Mellon Financial); e ancora – chissà – i maggiori investitori nella T. Mellon & Sons erano magari compagnie come la DuPont Chemicals, che prosperava fabbricando prodotti in plastica, gomma, nylon, Teflon, Kevlar e così via.
Che c'entra la plastica?
Beh, ma c'entra eccome, buona signora! Se lo immagina Lei che guaio sarebbe stato per la DuPont e affini se si fosse legalizzata la canapa, con tutti i suoi derivati? Immagini un po', vestiti, corde, spaghi, sacchi fatti di canapa sarebbero stati disponibili a un prezzo inferiore rispetto al nylon; con la canapa si sarebbero potute fare bottiglie, scatole, accessori che avrebbero resa inutile la plastica: eh sì perché vede, il petrolio – necessario per fabbricare la plastica, a quanto ci hanno detto - bisogna estrarlo, sa com'è, non è mai cresciuto sugli alberi; la canapa, a quanto pare, sì. Beh, sulle piante, via!
Fortunatamente per la DuPont e complici, il nipotino adottivo del signor Mellon, il suddetto Anslinger, sapeva fare bene il suo lavoro, eh? Oddìo, a essere proprio onesti, quando si vuole fare il lavaggio del cervello a milioni di persone, e si cerca di occultare la vera ragione per cui si stanno facendo carte false per demonizzare una piantina utile e innocua come la canapa (indica o sativa che sia), diciamo che essere soltanto bravi non basta. Magari aiuta molto se dalla propria parte c'è anche tutto un impero mediatico che possa far arrivare il messaggio nelle case della gente. Ma non Si preoccupi, sa? C'era anche quello.
Già, è vero, quasi ci dimenticavamo di William Randolph Hearst, il Signor Quarto Potere in persona, che di buon cuore mise i suoi non pochi strumenti mediatici a disposizione (giornali, riviste, film) per convincere il pubblico che un tiro di cannabis avrebbe trasformato chiunque in un vampiro, un licantropo, una mummia, un berlusconiano, o roba del genere...
Dài e dài, insomma signora, se si continua a ripetere la stessa boiata per vent'anni, prima o poi la si trasforma in dogma, no?
Beh, dirà Lei, se Hearst & Co. investì così tanti dei suoi milioni in questa campagna di disinformazione, vorrà dire che aveva a cuore la salute degli americani, no?
Ahimé, ci addolora doverLa contraddire anche su questo punto, ma l'unica cosa che stava veramente a cuore al sig. Hearst, dopo il suo impero finanziario e – forse – la sua famiglia, erano i suoi numerosi ettari di foresta su cui crescevano tanti begli alberi – materia prima per fabbricare la carta – e, vediamo se indovina... esatto, le sue parecchie cartiere. Eh sì, il sig. Hearst aveva il terrore della concorrenza della canapa, con cui è possibile produrre carta a basso costo: la maledetta piantina avrebbe mandato i suoi investimenti a quel paese. Fortunatamente però, con tutti gli agganci giusti e un capitale non indifferente, Hearst sapeva che sui suoi giornali avrebbe potuto pubblicare qualsiasi bufala, e il pubblico, prima o poi, se la sarebbe bevuta tutta d'un fiato. Non dimentichiamo, signora, che per il gruppo editoriale Hearst avevano lavorato alcune delle menti più sopraffine nell'arte di manipolare le opinioni delle masse: pensi solamente a Edward L. Bernays, inventore delle Public Relations, che nei ruggenti anni Venti aveva accettato la sfida lanciatagli dalle maggiori compagnie americane di tabacco (assieme a un grosso, grasso assegno) di aprire il mercato di sigarette alle donne e, in un colpo di tosse, voilà, era riuscito a rendere socialmente accettabile l'immagine della donna con la sigaretta in bocca [3]. Non si saprà mai quante morti per cancro ai polmoni causò l'affabile Bernays, ma per carità, non divaghiamo, qui si stava parlando di altre droghe, quelle illegali.
Un momento, un momento – Lei dirà – ma non è forse vero che sono stati condotti vari studi, doverosamente riportati sul tabloid di cronaca rosa di turno, dove vengono spiattellate statistiche, o roba del genere, che mostrano come un'impressionante numero di tossicodipendenti abbia iniziato la propria carriera con un tiro di cannabis?
Vero, vero, indubbiamente. Però è anche vero che questi studi – se mai sono stati fatti - si prefissavano di scoprire quale fosse la più probabile anticamera a crack & eroina limitando la loro ricerca solo a droghe più leggere che avessero un'unica, sola cosa in comune con quelle pesanti: quella di essere illegali. Questo, a quanto ci hanno voluto dire, ha un po' lo stesso senso di classificare le razze di cani in base ai mestieri che fanno i loro padroni. Non avrebbe forse avuto più senso – osiamo dire – allargare un pochino le vedute, e includere anche droghe che, pur essendo perfettamente legali, hanno molte altre caratteristiche in comune con le polverine dei tossici? Dipendenza, per esempio?
No no no, non creda di sapere dove vogliamo andare a parare: Lei sta pensando che – prevedibilmente – stiamo per lanciare un'arringa contro nicotina e bevande alcoliche. Giusto?
Beh, in effetti sì, la tentazione c'è; però ammettiamolo, sarebbe come sparare ai pesci in un barile.
No, si regga forte, perché la droga che abbiamo in mente è un'altra polverina: si chiama zucchero.
Tutto è cominciato un fatale giorno, quando siano incappati in una presentazione di un tal Robert Lustig, professore di pediatria clinica nella divisione di endocrinologia, e direttore del reparto WATCH, che combatte l'obesità nei giovani alla University of California, San Francisco. In un suo video, chiamato Zucchero: l'Amara Verità [4], il prof. Lustig sembra identificare nello zucchero - più precisamente nel suo componente fruttosio - la radice di alcuni tra i più tipici problemi di salute esclusivi della nostra epoca (in primis l'obesità). Il j'accuse di Robert Lustig è puntato su quella che lui chiama “la cospirazione della Coca-Cola”.
D'accordo, capiamo il perché del Suo improvviso fremito: ebbene sì, abbiamo effettivamente usato la parola “cospirazione”. Vorrà questo dunque dire che un sensore si è acceso da qualche parte nella galassia internet, e che anche questi nostri sparpagliati, innocenti pensieri finiranno presto sul radar di uno di quei siti dove la parola che comincia con la C è anatema, in quanto offende il Sacro Credo della Coincidenza? Poniamo – che so io – Perle Complottiste? O Straker Enemy? O uno qualunque di quegli adorabili websites che invariabilmente finiscono per regalare al visitatore quel piacevole senso di stupore nel constatare quanto numerosi siano nel web coloro (come li chiama la gioventù d'oggi? Debunkers?) che hanno decisamente troppo tempo libero a disposizione?
Piacesse al Cielo, signora mia, che anche a noi venisse consentito questo rito di passaggio – macché – onore; lo prenderemmo come una promozione.
Purtroppo però, se avrà la bontà di seguirci, vedrà che il prof. Lustig ha usato questo termine tongue-in-cheek, per così dire, scherzosamente. Temiamo quindi che anche per questa volta dovremo rinunciare a una nostra apparizione su uno di quei suddetti, ineffabili blog su cui imperano contributi digitati da tante, abili mani, a tutt'oggi sottratte a lavori più produttivi come l'azionamento di friggitrici da MacDonald's (forse complice – chi lo sa – la tradizione tutta italica di mantenere e sponsorizzare la prole fino all'età pensionabile).
Orbene dicevamo, la cospirazione della Coca-Cola: il prof. Lustig riesce a dimostrare un filo conduttore tra la mostruosa crescita dell'obesità nella popolazione statunitense negli ultimi 30 anni, l'aumento del consumo di fruttosio pro capite (dai 15 grammi giornalieri dei loro antenati – i Flinstones presumibilmente – ai 20 grammi durante la Seconda Guerra Mondiale, passando per 37g intorno alla metà degli anni Settanta, 70g negli anni Novanta, fino ad arrivare agli odierni 90g giornalieri nella “dieta” degli adolescenti americani) e la “coincidente” crescita del formato delle bibite gasate vendute ai ragazzini nei drugstores: in Zucchero, Lustig passa così in rassegna alle varie dimensioni delle bottigliette di Coca-Cola attraverso la storia. Tenga la calcolatrice alla mano, signora mia, e si ricordi che un'oncia fluida negli Stati Uniti equivale a 35.5 ml. Dunque, la bottiglietta originale da sei once e mezzo era venduta nel 1915, ma venne successivamente rimpiazzata da quell'altra, leggendaria, studiata per assomigliare a un fallo, sia alla vista che al tatto, e fatta per contenere 10 once: la fallica venne introdotta – pardon - nel 1955 (ah, che bei tempi: Il Selvaggio, Gioventù Bruciata, etc etc). Poi arrivò la lattina nel 1960 (12 once/33cl in Europa), seguita dalla bottiglietta in plastica del 1992 (20 once). Ma questo non è niente, visto che nei fast food è possibile ordinare la porzione da 44 once! In altre parole, ciò che viene considerato una singola porzione di soda pop è aumentato di più di sei volte nell'arco di 80 anni. La presentazione di Lustig prosegue esaminando le ramificazioni storico-politiche che hanno portato a questa evoluzione ma, per quanto interessanti siano le sue conclusioni, temiamo di doverle lasciare a un'altra volta: il dettaglio che ci ha fatto drizzare le orecchie è un altro.
In un'intervista con Stefan Molineux a gennaio di quest'anno [5], Lustig assicura che lo zucchero ha tutte le caratteristiche di una droga pesante; o, per meglio dire, le caratteristiche che consentono di classificare una droga come “pesante” sono, in misura minore, tutte presenti nello zucchero. Non ne manca una.
Le caratteristiche che determinano la “pesantezza” di una droga, nel caso non Se lo fossse mai chiesto, sono essenzialmente quattro: consumo incontrollato, derivato dall'assuefazione (bingeing), astinenza (withdrawal), voglia/desiderio (craving) e... si tenga forte per questa: sensibilizzazione ad altre droghe che danno dipendenza (cross-sensitization). Questo fenomeno viene studiato da anni per spiegare, ad esempio, come la caffeina scateni immediatamente nell'individuo la voglia di nicotina; chiunque sia quotidianamente vittima della “scimmia” da sigaretta sùbito dopo l'espresso della mattina può confermare.
Lustig, citando numerosi studi condotti, in particolare, alla Princeton University [6], ci informa che lo zucchero ha tutte queste caratteristiche. La cannabis no.
Dove vogliamo arrivare? Beh, signora mia, in mezzo a tutti i cosiddetti “studi” che sarebbero stati condotti per provare che dallo spinello si passa all'eroina, c'è mai stato qualcuno che si sia messo seriamente a cercare di spiegare perché gli eroinomani si contraddistinguano da una tendenza ad ingerire grosse quantità di zucchero [7]? O perché così tanti disintossicati sembrano gettarsi sui dolci una volta usciti dalla comunità di recupero [8]? O insomma, perché così tanti eroinomani di nostra conoscenza erano fissati con dolciumi già in tenera età?
Si ricorda di quel favoloso spot pubblicitario pagato da un qualche consorzio dei distributori italiani dello zucchero? “Il cervello ha bisogno di zucchero”, recitava. Chi l'avrebbe detto che questi bravi signori stavano aumentando le chances che i bambini di allora diventassero dei tossicodipendenti?
No, per carità, non vogliamo essere così dogmatici: preferiamo accantonare questi pensieri con una domanda aperta. È possibile che ogni volta che Lei comprava dello zucchero filato per i suoi bambini, o che riempiva il frigo di bevande zuccherate, Lei stesse effettivamente muovendo i primi passi di quelle creature verso la tossicodipendenza, più di quanto non avrebbe fatto se avesse offerto loro un tiro d'erba?
Non ci sogneremmo mai di fornire una risposta assoluta a questa domanda; preferiremmo non infrangere le Sue certezze.
Vuole fare un tiro, signora?

[1] Vedere per esempio:
http://www.maritimeheritage.org/newtale/opium.html
[2] Vedere il La Guardia Committee Report del 1944, disponibile qui:
http://www.druglibrary.org/schaffer/Library/studies/lag/lagmenu.htm
[3] Si legga per esempio questo interessante pezzo sulle “torce della libertà”:
http://tuttoiltempo.altervista.org/blog/2009/05/il-controllo-delle-menti-in-democrazia
[4] Il video Sugar: The Bitter Truth è reperibile qui:
http://www.youtube.com/watch?v=dBnniua6-oM
[5] The Politics of Obesity, reperibile su:
http://www.youtube.com/watch?v=YDiyHb-R9RI
[6] Vedere:
http://www.princeton.edu/main/news/archive/S22/88/56G31/index.xml?section=topstories
[7] Uno studio interessante:
http://www.antidrug.health.am/news/english/addiction/2543/
[8] Qualche altro spunto:
http://blogs.discovermagazine.com/discoblog/2008/12/10/move-over-heroin-sugar-addiction-may-be-a-reality/

Thursday, 26 August 2010

Charlie Brooker: la “moschea” sul sito del World Trade Center

Milioni di americani sono furiosi per qualcosa che non esiste. Forse la realtà funziona in modo diverso laggiù

La situazione sembra essere piuttosto calda in America in questo momento; talmente calda che probabilmente potreste farvi un toast semplicemente infizandolo su un bastoncino e puntandolo nella direzione dell'Atlantico. Milioni sono infuriati alla notizia che un gruppo di trionfalisti musulmani estremisti sta per costruire una “moschea della vittoria” proprio lì, nel bel mezzo del sito del World Trade Center.
Secondo i piani, questa “ultra-moschea” sarà alta 1700 mt – cinque volte più alta del più alto monumento sulla terra – e in cima avrà un duomo in oro massiccio, rifinito e levigato, accuratamente posizionato perché rifletta i raggi solari direttamente sul marciapiede, dove potrà accecare i passanti e cuocere i cani di piccola taglia. La struttura principale sarà delimitata da 600 minareti, ognuno dei quali sarà fatto a forma di dito medio puntato all'insù, e conterrà un potente amplificatore: se ben sincronizzata, la loro potenza sonora combinata sarà in grado di trasportare la chiamata alla preghiera del muezzin a un volume talmente assordante, che sarà distintamente udibile nelle montagne dell'Afghanistan, dove migliaia di terroristi sono già pronti per festeggiare correndo all'impazzata, con sciarpe sulla faccia, sparando in aria con i loro AK47 e gridando la parola “vittoria” in quella lingua straniera lì che parlano. Qualunque essa sia.
Sto esagerando. Ma esagerando solo leggermente di più di quanto non abbiano fatto alcuni esageratori di professione che hanno inizialmente sollevato delle obiezioni alla cosiddetta “Ground Zero Mosque”. Continuano a chiamarla la “Ground Zero Mosque”, tra l'altro, perché è un'espressione orecchiabile, che trasmette un'immagine potente – per essere precisi, quella di una moschea sul sito del WTC.
La prima volta che ne ho sentito parlare – en passant, come uno slogan – ho immaginato che si trattasse dell'equivalente americano di quel tipo di sfida puerile e fantasiosa che lancerebbe da queste parti l'integralista Anjem Choudary in una conferenza stampa se avesse voglia di far strillare un po' i tabloid per la novecentesima volta quest'anno. Avevo torto. La “Ground Zero Mosque” è una proposta reale, ma leggermente meno provocatoria di quanto non la faccia sembrare il nomignolo che le hanno affibiato i critici. Per prima cosa, non si troverebbe sul sito delle Torri Gemelle. E non è neanche una moschea. Ma aspettate, perché la cosa è ancora più scialba. Non è nemmeno stata proposta da estremisti. La Cordoba House, come viene chiamata, è una sorta di centro culturale islamico che, oltre ad avere una stanza per le preghiere, includerebbe un terreno da pallacanestro, un ristorante e una piscina. Il suo scopo sarebbe migliorare i rapporti tra le religioni. Probabilmente avrà persino delle comode poltrone e gente che ti sorride quando entri. Quei mostri!
Per arrivare al Cordoba Centre dal sito delle Torri Gemelle, bisognerebbe camminare nella direzione opposta prima di svoltare un angolo e camminare un altro po'. Per fare questo percorso dovrebbero volerci circa due minuti, o magari un po' di più, se siete alla testa di una folla inferocita che non riesce a sentire le vostre indicazioni in mezzo alle vostre incitazioni selvagge.
Forse la realtà spaziale funziona in un modo diverso dall'altro lato dell'Atlantico, ma qui a Londra, se una cosa si trova “a due minuti di cammino e dietro l'angolo” rispetto a un'altra cosa, non è che sia proprio “nello stesso posto”. Una volta ho usato il cesso di un pub a circa a due minuti di cammino da Buckingham Palace. Eppure non fui arrestato con l'accusa di aver cagato direttamente sul cuscino della regina. È così che funziona la “distanza” qui in Gran Bretagna. È lo stesso modo in cui funziona anche in America, ovviamente, ma alcune persone fingono di no, per fini politici assurdi.
Siccome New York è una città densamente popolata, ci sono parecchi altri palazzi ed esercizi a due isolati di distanza da Ground Zero, compresi un MacDonald's e un Burger King, nessuno dei quali è ancora stato accusato di servire milkshakes e patatine su terra sacra. Ciononostante, per gli oppositori della Cordoba House, due isolati di distanza è troppo vicino. Punto. Sfortunatamente non hanno ancora tirato fuori una mappa per mostrare quale distanza sarebbe accettabile.
Questo è letteralmente tutto quello che chiederei loro in un'intervista. Gli metterei davanti una pianta della città. Sarebbe offensivo qui? Allora qui, magari? Oppure qui in fondo? E una volta che avessero finalmente trovato un posto idoneo, chiederei loro di disegnarla sulla mappa, per darci un'idea approssimativa di quanto grande dovrebbe essere, e quante finestre sarebbe autorizzata ad avere. Poi passerei loro dei campioni di colori e gli chiederei di scegliere un colore per il tappeto della lobby. E la conversazione andrebbe avanti in questo tono fino a ridurre tutti – me compreso – in lacrime.
Però non è andata così. Piuttosto, il 70% degli americani si oppone alla “Ground Zero Mosque”, sicuramente in molti casi perché gli è stato fatto credere che si tratta letteralmente di una moschea sul sito del World Trade Center. O comunque che deve trattarsi di qualcosa di significativo. Altrimenti perché sarebbero così arrabbiati questi “esperti”? E perché i media dovrebbero starli ad ascoltare, mantenendo persino un'espressione seria? Secondo un recente sondaggio, un americano su dieci crede che Barack Obama sia musulmano – anche se non lo è. Un quarto di quelli che credono che sia musulmano ha anche dichiarato che parla troppo spesso della sua fede. Gli americani non sono stupidi. Però evidentemente, o questi particolari americani sono usciti di testa o sono stati disinformati alla perfezione. Dove le prendono le loro informazioni?
Beh, un sessanta per cento di questi ha detto che queste cose le sapeva dai media. Il che significa che è arrivato il momento per i media di gettare la spugna.
Davvero, giornalisti, editori: rinunciate immediatamente. Perché i casi sono due: o state peggiorando le cose, o nessuno presta attenzione. Tanto vale spararsi qualche Jägermeister, staccare la spina al vostro teleprompter e mettersi a ripetere meccanicamente qualsiasi meme distorsore-di-realtà la destra abbia deciso di spargere questa settimana. Come come? Obama è Gargamella e sta uccidendo tutti i Puffi? Massì, perché no. Andiamo in onda.


L'articolo originale è apparso il 23 agosto 2010, ed è disponibile qui:
http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2010/aug/23/charlie-brooker-ground-zero-mosque

Thursday, 19 August 2010

Ricordiamolo così

Messaggio d'amore del compianto Francesco Cossiga.

Infiltrare il movimento [studentesco] con agenti pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto della polizia. Le forze dell'ordine dovrebbero massacrare i manifestanti senza pietà e mandarli tutti all'ospedale. Picchiare a sangue, tutti, anche i docenti che li fomentano. Magari non gli anziani, ma le maestre ragazzine sì - Francesco Cossiga, Ottobre 2008.

R.I.P.

Thursday, 5 August 2010

Pat Condell: La libertà è la mia religione

L'ultimo sfogo dell'irriverente Pat Condell. Lo si può amare, lo si può odiare; talvolta, come nel nostro caso, si possono provare entrambi i sentimenti a causa di due diverse frasi nello stesso communiqué. Difficile è però ignorare la sua voce fuori dal coro; da tutti i cori!

Vorrei chiarire una cosa una volta per tutte, se posso, perché, dalla corrispondenza che ho ricevuto, è chiaro che alcune persone che fanno parte di quella che viene chiamata la “comunità atea” hanno preso le distanze da certe mie opinioni e non mi considerano più uno dei loro.
A quanto pare ho violato una qualche ortodossia atea e sono stato – in mancanza di una parola migliore – scomunicato. E devo dire che si tratta di un onore, vi ringrazio molto: mi sento talmente libero adesso che potrei quasi mettere piede in una chiesa e rendere grazie. Quasi.
Sapete, se mi stesse a cuore ciò che gli atei pensano di me non riuscirei mai a profferire una sola parola critica nei confonti dell'islam; ed ecco ora ciò che penso io della “comunità atea”.
Vedete, ho notato che molti atei sono lieti di attaccare il cristianesimo con tutta la forza dei loro fini intelletti, mettendo a segno i loro argomenti come fossero freccette; e tuttavia, quando si parla di islam, è tutta un'altra storia. Improvvisamente l'ateismo diventa marginale, è la correttezza politica a prendere il sopravvento e l'argomento viene capovolto, come una clessidra dove la sabbia scorre all'insù, mentre ci si affretta a trovare scuse per il fascismo religioso e per condannare chiunque parli contro, e dargli del razzista.
E tutti gli indù allora, e i sikh che, stando a quanto mi dicono, hanno la stessa opinione sull'islam? Sono razzisti anche loro?
Gli atei si vantano di basarsi solo sulle prove dimostrabili; tuttavia, quando le prove contro i dogmi islamici sono discusse, troppo spesso giungono filtrate attraverso la correttezza politica e rese inammissibili, perché sembra esserci come una regola non scritta secondo cui attirare l'attenzione su questa jihad soffice contro i valori occidentali (soffice come un martello di velluto) è in qualche modo un'ingiustizia contro i musulmani, visto che quella religione è essenzialmente benigna e coloro che la criticano sono per lo più motivati da bigottismo e odio.
Ho riscontrato questo atteggiamento tante di quelle volte che non mi sorprende neanche più, ma penso che le persone che ne sono afflitti mentano a sé stessi né più né meno di un qualsiasi bigotto religioso: ugualmente irrazionali, ugualmente intrappolati in un mondo di fantasia; sono solo schiavi di un dogma differente.
Io sono ateo, ma non amo l'ateismo: però amo la libertà. Ho già detto in passato che la libertà è la mia religione e non stavo scherzando – anche perché, come sappiamo, non si dovrebbe scherzare su cose così sacre e solenni come la religione. Non è che mi metto ad adorare la libertà, perchè non adoro niente, ma senz'altro la considero la virtù più importante, quella da cui derivano tutte le altre virtù, e naturalmente è estremamente non-islamica – il che, detto fra noi, è la sua qualità migliore - ma non dite a nessuno che ho detto una cosa del genere: non vorrei mai seminare zizzania.
Mi sono convertito piuttosto recentemente a questa religione della libertà: per la maggior parte della mia vita davo la libertà per scontata, come qualcosa di affidabile e noioso, di cui riconoscevo distrattamente l'esistenza. Ma dalla nascita del superstato europeo, assieme al multiculturalismo, la religione della pace e tutte le folli stronzate che la accompagnano, ho il piacere di dirvi che il mio apprezzamento del concetto di libertà si è completamente risvegliato e ha ormai raggiunto delle proporzioni propriamente religiose. Halleluja!
Lo ammetto, non si tratta del solito tipo di religione, visto che non impone a nessuno di abbassare la propria autostima, il che potrebbe essere un problema per coloro che pensano che odiare sé stessi sia una virtù; inoltre non predica l'odio contro altri gruppi di persone – per esempio omosessuali o ebrei - il che potrebbe renderla ancora meno allettante per coloro che aderiscono alla fede dell'una, santa, cellula cerebrale. Ma se misurate la convinzione religiosa con la forza del credo – e perché non dovreste? - allora la libertà è decisamente la mia religione, e la consiglio calorosamente a tutti gli atei che abbiano bisogno di credere in qualcosa di tangibile e degno, visto che evidentemente ce ne sono alcuni.
La ragione per cui faccio questi video si può riassumere in tre parole. Libertà. Dalla. Religione.
E, data la direzione che sta prendendo il mondo in questo momento, questo significa specialmente libertà dalla “religione della pace”. Se questo fa di me un bigotto, o un razzista, o un fascista, o un predicatore dell'odio, o una qualsiasi di quelle etichette che mi sono state affibiate dagli atei, beh allora, così sia: dovrò semplicemente indossare l'etichetta, perché non ho proprio scelta.
Vedete, islam rigetta la libertà individuale; pertanto, in osservanza delle mie profonde e sincere convinzioni, sono obbligato a rigettare l'islam, cosa che faccio inequivocabilmente. Per prendere in prestito un loro termine, è per me haram, lo evito come i musulmani evitano la carne di maiale.
Per me è offensivo sentire qualcuno difendere l'oscenità della legge sharia, come potrebbe essere offensivo per i musulmani se io mi recassi nella più vicina moschea distribuendo bottiglie di birra e panini alla pancetta.
Tuttavia credo che l'islam non sarebbe così problematico nel mondo occidentale di oggi, e la legge sharia non sarebbe nemmeno discussa, se non fosse per l'irresponsabile indulgenza del senso di colpa culturale e della correttezza politica, che a mio parere ci ha trasformati nel nostro peggior nemico. È il marcio nella fondazione della società occidentale in cui al veleno del fascismo religioso viene consentito di deporre le uova. E se continuiamo di questo passo, regalandogli ridicole eccezioni, assecondando l'odio, tollerando l'intolleranza e cercando scuse per trovare delle scuse, la nostra società ne risulterà impoverita e i nostri figli saranno meno liberi. Soprattutto le nostre figlie. E la storia ci considererà come la generazione dei bugiardi e codardi che permisero che ciò accadesse, la generazione che era talmente infilata nel proprio retto – politicamente e moralmente parlando – che non si accorse nemmeno che la luce si stava spegnendo.
E questo non lo voglio sulla mia coscienza, grazie tante. Non voglio essere la persona che vorrebbe aver detto qualcosa quando ne aveva la possibilità. E francamente, l'ultima cosa che mi preoccupa è ciò che gli atei potrebbero - o non potrebbero – pensare in merito.
Pace.

Il video originale è apparso su Youtube il 2 agosto 2010 con il titolo Freedom Is My Religion