Saturday, 30 March 2013

Tutte le cose sbagliate nel discorso di Obama a Gerusalemme‏

di Richard Falk, 24 marzo 2013

È stato un discorso plasmato ad arte e conciliante, quello fatto dal leader più importante del mondo, nonché rappresentante di un governo che ha consistentemente difeso la causa di Israele negli ultimi decenni. Un discorso accolto entusiasticamente da un pubblico di giovani israeliani, e specialmente da ebrei di sinistra in tutto il mondo. Nonostante la sede, in realtà, il discorso tenuto da Obama a Gerusalemme il 21 marzo è servito principalmente per mettere le cose in chiaro a Washington. Obama adesso potrebbe avere maggiori possibilità di riuscita a rendere storico il suo secondo mandato presidenziale, malgrado un Congresso USA profondamente diviso e un'economia americana a pezzi, se considerata dal punto di vista delle difficoltà riscontrate dai lavoratori, piuttosto che da quello degli immensi profitti da parte delle corporazioni.
Per quanto riguarda il discorso stesso, non sono mancati alcuni fattori attenuanti. C'è per esempio stata l'ammissione che, oltre alle preoccuazioni israeliane collegate alla sicurezza, esistono anche il “diritto dei palestinesi all'autodeterminazione e il loro diritto alla giustizia che devono essere riconosciuti”. A questa affermazione è seguita la dichiarazione più forte di tutte: “... mettetevi nei panni [di un bambino palestinese]. Guardate il mondo attraverso i suoi occhi”. Considerare la realtà del conflitto attraverso occhi palestinesi significa affrontare l'orrida situazione di una prolungata occupazione, i progetti d'annessione degli insediamenti, un muro illegale di separazione, generazioni relegate alla miseria di campi profughi o all'esilio, cittadini di seconda classe in Israele, pulizia etnica a Gerusalemme e una miriade di regolamenti che rendono la vita dei palestinesi una narrativa di umiliazione e frustrazione. Certo, Obama non si è spinto fino a questo punto. Nessuna di queste realtà è stata specificata, ma piuttosto lasciata all'immaginazione del suo pubblico di giovani israeliani, ma perlomeno l'esortazione generale a vedere il conflitto attraverso gli occhi dell'altro ha indicato la strada al processo di empatia e riconciliazione.
Obama ha inoltre incoraggiato l'attivismo di cittadini israeliani in modo positivo, impostandolo sul concetto di due stati per due popoli. In modo un po' strano, ha però esortato a “mettere da parte, per il momento, questi piani e progetti” attraverso i quali queste soluzioni si potrebbero ottenere, e a “cominciare piuttosto a costruire la fiducia tra questi due popoli”. Non è forse un po' bizzarro come consiglio? Sembra abbastanza improbabile costruire la fiducia quando la pratica e le strutture dell' occupazione sono spietatamente crudeli, sfruttano i palestinesi e rendono giorno dopo giorno sempre più improbabile la formazione di uno stato palestinese indipendente. Tuttavia questo incoraggiamento assurdo è stato accompagnato da un appello più plausibile: “Posso assicurarvi questo: i leader politici non si prenderanno mai dei rischi, a meno che le loro popolazioni non ve li spingano. Dovete creare voi il cambiamento che volete vedere. Persone comuni possono ottenere cose straordinarie”. Si può trovare dell'autentica speranza in queste parole ispirate: ma a che serve, data la situazione presente?
A mio parere, il discorso presentava tre difetti fondamentali:
- Rivolgendosi esclusivamente ai giovani israeliani, senza fare un discorso parallelo a giovani di Ramallah, il ruolo degli Stati Uniti come “mediatore disonesto” è stato tristemente confermato; ha anche mandato il segnale che la Casa Bianca è più interessata a fare appelli a persone a Washington, piuttosto che ai palestinesi intrappolati in Cisgiordania o a Gaza, una conclusione rafforzata dall'atto di deporre una corona di fiori sulla tomba di Theodore Hertzl e il rifiuto di fare altrettanto sulla tomba di Yasir Arafat. Questa disparità nelle priorità è stata ulteriormente dimostrata quando Obama ha parlato ai bambini di Sderot, a sud d'Israele, che hanno “la stessa età delle mie figlie, e vanno a dormire la notte, nella paura che un razzo precipiti nella loro camera da letto solo per il fatto di essere chi sono, e di vivere dove vivono”. Fare un'affermazione del genere senza nemmeno menzionare la vita traumatica dei bambini dall'altro lato del confine, a Gaza, che vivono da anni in condizioni di embargo, incursioni violente e completa vulnerabilità anno dopo anno significa accettare completamente la parziale narrativa israeliana invece di ammettere la realtà dell'insicurezza provata dalle popolazioni di entrambi i lati.
- Parlare della possibilità di pace sulla base del consenso dei sue stati, idee ormai vecchie, senza menzionare gli ultimi sviluppi che hanno reso sempre più persone scettiche per quanto riguarda le intenzioni israeliane, significa dare credito a un approccio che ha sempre più del disturbo delirante, piuttosto che della soluzione al conflitto. Si metta questo insieme alla perversa esortazione di Obama ai leader del Medio Oriente, che sembra beatamente ignorante dell'insieme di circostanze attuali: “Adesso è il momento per i leader del mondo arabo di fare i necessari passi verso una normalizzazione delle loro relazioni con Israele”. Come può mai essere “adesso” il momento, quando soltanto pochi giorni prima Benjamin Netanyahu aveva annunciato la formazione del governo più di destra, più pro-insediamenti di tutta la storia d'Israele, selezionando un gabinetto profondamente dedicato all'espansione degli insediamenti e che rifiuta l'idea stessa di uno stato palestinese? Non bisognerebbe mai dimenticare che fu l'OLP ad annunciare nel 1988 di essere pronto a concludere una pace durature con Israele sulla base dei confini pre-1967. Nel fare questo, i palestinesi facevano delle enormi concessioni territoriali che non furono mai contraccambiate, ed effettivamente ripudiate attraverso continue costruzioni di insediamenti. Queste concessioni significavano accettare uno stato limitato al 22% del territorio della Palestina storica, meno ancora di ciò che l'ONU aveva proposto nel piano di partizione del 1947, contenuto nella Risoluzione dell'Assemblea Generale numero 181, che già allora sembrava grossolanamente ingiusta nei confronti dei palestinesi, e un piano messo sul piatto senza prendere in considerazione le necessità delle popolazioni residenti. Aspettarsi che i palestinesi accettino adesso ancora meno territorio di quello circondato dai confini del 1967, pur di arrivare a una soluzione al conflitto, sembra veramente irragionevole, e probabilmente non sostenibile, se l'Autorità Palestinese dovesse imprudentemente starci.
- Sposare la forumula dei due stati per due popoli significa condannare la minoranza palestinese in Israele a una cittadinanza permanente di cittadini di seconda classe, senza nemmeno una menzione alle difficoltà dal punto di vista dei Diritti Umani, in questa famosa Israele democratica che Obama va celebrando. Come ha fatto notare David Bromwuch in Mondo Weiss, Obama sposava una visione tribale di stato che sembra incompatibile con il concetto di comunità globale, e con nozioni laiche secondo le quali uno stato legittimo non dovrebbe mai essere esclusivista, né per religione, né per etnicità. Obama ha invece fatto di tutto per riaffermare l'ideale sionista di una patria-stato in cui tutti gli ebrei possano vivere in pieno il loro ebraismo: “Israele è radicata non solo nella storia e nella tradizione, ma anche in un'idea semplice e profonda: l'idea che un popolo possa essere libero in una terra tutta sua”. E in questa insita ironia, nessuna menzione è stata fatta alla mancanza del diritto di ritorno dei palestinesi, persino di quelli che furono costretti ad abbandonare le loro case e I loro villaggi che erano stati la loro residenza per innumerevoli generazioni.
Un approccio così retrogrado all'identità e all'idea di stato è stato implicitamente anche attribuito ai palestinesi, anch'esso affermato come un diritto minore. Ma si tratta di una falsa simmetria veramente ingannevole. I palesinesi non hanno un'ideologia etnico-religiosa che sia paragonabile al Sionismo. I loro sforzi sono concentrati sul recupero dei loro diritti secondo il diritto internazionale nelle loro terre tradizionali di residenza e, soprattutto, all'esercizio del loro inalienabile diritto all'autodeterminazione in modo da respingere certe affermazioni più ampie di espansione da parte dei coloni, che sono sempre state così grandiose parti integranti dell'ideale di Heretz Israel (Pan-Israele), e che sono messe in pratica dal governo di Netanyahu. E che dire del 20% della popolazione d'Israele, che vive assoggettato a un regime legale che lo discrimina e che, quasi per definizione, lo relega allo stato di cittadino di seconda classe? Non solo, il discorso di Obama è stato un affronto anche per quei molti israeliani post-sionisti laici che non accettano l'idea di vivere in uno stato ultra-nazionalista basato su premesse religiose.
A mio parere, ci sono due conclusioni che si possono trarre. (1) Fintanto che la retorica del “vedere la realtà della situazione attraverso gli occhi dei palestinesi” non è accompagnato da specifiche considerazioni, ci sarà sempre l'erronea impressione che entrambe le parti detengano ugualmente le chiavi per la pace, e che entrambe siano da incolpare per non avere la volontà di usarle. (2) Quella di incoraggiare a riesumare le negoziazioni è una distrazione crudele quando a Israle chiaramente manca la volontà politica di stabilire uno stato palestinese sovrano e indipendente nei confini del 1967 e in circostanze in cui la Cisgiordania è stata alterata dalla continua espansione degli insediamenti, la costruzione di strade solo per coloni, il muro di separazione e tutti I segnali che indicano che altre dosi di questa stessa medicina siano in arrivo. A peggiorare ulteriormente la situazione, Israele sta intraprendendo tutti i passi necessari per assicurarsi che Gerusalemme non diventi mai la capitale di qualunque entità che dovesse mai emergere, il che è un serio affronto non solo per arabi e palestinesi, ma per 1,4 milioni di musulmani in tutto il mondo.
In retrospettiva, ancora peggio del discorso, è stata la visita stessa. Obama non avrebbe mai dovuto intraprendere una simile visita senza impostarla sulla volontà di trattare la realtà palestinese con almeno la stessa dignità di quella israeliana, e senza una qualche indicazione di come immaginare una giusta pace basata su due stati per due popopli, alla luce dell'oltraggiosa e continua espansione d'Israele sul territorio palestinese occupato che dà ogni segnale di voler rimanere permanente, per non parlare della non-rappresentanza e punizione collettiva della popolazione di un milione e mezzo di persone a Gaza. Obama non ha nemmeno menzionato l'ondata di scioperi della fame tra I prigionieri palestinesi, o la misura in cui i palestinesi abbiano modificato le loro tattiche di resistenza, abbandonando la lotta armata. È perverso riempire di lodi l'occupante oppressivo, ingnorare le tattiche non-violente della resistenza palestinese e il crescente livello di solidarietà globale con la causa palestinese, per poi fare ipocriti appelli a entrambi i popoli, incoraggiandoli al progresso verso la pace mediante la costruzione di una reciproca fiducia. Su che pianeta vive Obama?
Link all'articolo originale:

Thursday, 7 March 2013

Gilad Atzmon: tour italiano a maggio

Ecco le date del tour italiano di Gilad Atzmon. Vi invitiamo a visitare regolarmente questa pagina per aggiornamenti.

06/05/13: Trieste - bookstore/cafe Knulp, via madonna del mare 7/a: presentazione del libro L'errante Chi? prima del concerto (duo con il pianista Angelo Comisso) - ENTRATA LIBERA

07/05/13: Venezia - Università Ca' Foscari, Teatro ai Frari; presentazione del libro L'errante Chi? alle 16:00 con il professor Luigi Vero Tarca; concerto a seguire (con il pianista Angelo Comisso) - ENTRATA LIBERA

08/05/13: Chiavari - Modà-Cafè, via Rivarolo 44 (Centro Storico): trio con Max Rolff & Enzo Zirilli - Clicca qui per maggiori informazioni

10/05/13: Torino - Folk Club, trio con Max Rolff & Enzo Zirilli
Prevendita biglietti (a breve) sul sito Maison Musique; tel. +39 011 95.61.782 - Fax +39 011 95.54.546. E-mail: info@maisonmusique.it

11/05/13: Genova - presentazione L'errante Chi? nel pomeriggio, alla libreria Books in the Casba, vico del fieno 40r. Concerto al Count Basie, vico Tana, 20r: trio con Max Rolff & Enzo Zirilli - Clicca qui per maggiori informazioni

Friday, 1 February 2013

Il 'Chi?' Errante - parte 7

Eccovi la settima e ultima parte di un'intervista che ho fatto all'amico, musicista, pensatore e attivista Gilad Atzmon a settembre di due anni fa.


A breve – tempo permettendo – una versione sottotitolata

Monday, 21 January 2013

Vediamola in un contesto più ampio: è un ordine di Madame‏

Tutti sull'attenti, cari Àp0ti, poiché la Signora ha parlato e, a quanto sembra, oggi non ha la pazienza di stare ad aspettare quei perditempo che si ostinano a soppesare le notizie o fare qualche ricerchina prima di ingozzare in toto gli slogan del momento. Nossignore, quello che conta è che l'ignobile atto di prendere in ostaggio centinaia di lavoratori nell'impianto per l'estrazione di gas naturale In Amenas in Algeria è stato perpetrato da uomini malvagi, una cellula dell'Impero del Male noto come Al-Qaida in the Islamic Maghreb – o AQIM, per quei telespettatori che hanno qualche difficoltà a ricordare i paroloni – e questo è tutto ciò che ci occorre conoscere. Forse che non ci basta sapere che tra le vittime ci sono cittadini USA-europei, e quindi importanti per definizione, non certo come quelle morti di civili africani – pertanto insignificanti – che i bombardamenti dei nostri paladini NATO hanno provocato durante le prime azioni in Mali?
Smettiamola di affaticarci la testolina con cose che non capiamo e rivolgiamo piuttosto un orecchio di cieca fiducia ai mainstream media, sempre pronti a venire in nostro aiuto per semplificarci la vita e dirigere la nostra attenzione sui punti più rilevanti. Per il nostro bene, eccoli esposti in una succinta lista:
 
1– Questo atto è stato rivendicato dal perfido Mokhtar Belmokhtar: si tratta naturalmente del leader di un gruppo affiliato ad Al-Qaida, il cui nome – si sa – è una garanzia.
 
2– Il pericolo del terrorismo islamico è sempre più reale in quella regione (obbligatoriamente definita come “volatile”) e occorre dunque convenire che i sacrosanti sforzi della NATO di debellare questa terribile minaccia (che – ça va sans dire – è più vicina all'Europa di quanto non si creda) vanno applauditi e appoggiati.
 
3– Tutt'al più si può dire che le forze armate algerine siano state un po' birichine: come si permettono di procedere all'azione militare per liberare gli ostaggi senza prima attendere il permesso dell'Occidente, sapendo benissimo che tra il personale dell'impianto c'erano cittadini del nostro Mondo Libero?
 
Non preoccupiamoci più di tanto del punto No.3 per il momento: tralasciamo quindi il fatto che la Francia non si era certo consultata con la sua ex-colonia prima di passare all'azione militare in Mali, pur sapendo benissimo che questo bel bagno di sangue si sarebbe inevitabilmente riversato in Algeria di lì a poco. E d'altronde questo episodio si è già rivelato un ottimo pretesto per taluni costernati portavoce di varie organizzazioni non-governative per ricordare al mondo, en passant, che “Le informazioni [dall'Algeria] ci arrivano con il contagocce perché, ricordatevi, l'Algeria è uno stato militare, sapete […] e c'è una sua riluttanza a condividere informazioni con la comunità internazionale”, per concludere – a beneficio dei duri d'orecchie – che “Tutto è cominciato [in Algeria] con un partito all'opposizione che chiedeva più libertà, più diritti […] e gli algerini hanno risposto in modo rapido e brutale a questa opposizione”.
Questo lamento si unisce quindi alle profezie di quegli analisti ed esperti che, già nell'agosto 2011, gongolavano di gioia alla prospettiva che anche all'Algeria venisse inflitta una bella primavera araba, preferibilmente con una pioggia di armi da parte dei paesi occidentali a beneficio degli eroici-ribelli-amanti-della-democrazia, etc etc...
In altre parole, non preoccupiamoci adesso per l'Algeria: verrà presto il momento di una bella rivoluzione colorata anche laggiù, come siamo certi i discreti servizi occidentali preparano già da tempo.
No, concentriamoci piuttosto sugli altri due punti: i media dimenticano, con leggendaria non-chalance, di menzionare il fatto che questo perfido Mokhtar Belmokhtar - Khaled Abu al-Abbas per l'anagrafe, e noto anche come Mr. Marlboro – già nel novembre 2011, raccontava tutto compiaciuto in un'intervista con ABC News di come avesse beneficiato enormemente di grosse quantità di armi prelevate dall'arsenale di Muammar Gheddafi e consegnategli da non meglio identificati individui. Ohibò, chi mai? Che si fosse trattato della fatina buona dei lanciarazzi RPG?
Beh, forse il periodo storico di quel novembre 2011 può essere d'aiuto per capirci un po' di più.
Varrebbe la pena infatti ricordare (ma tu va' a sapere come mai i media sembrano essersene dimenticati) che il novembre 2011, a poco più di un mese alla morte di Gheddafi, vedeva il solerte e vittorioso comandante del Consiglio Militare di Tripoli, Abdelhakim Belhadj, recarsi in Siria e in Turchia e impegnarsi a procurare armi, addestramento e combattenti al cosiddetto Esercito Libero Siriano, allo scopo – presumibilmente – di creare dieci, cento Libie.
Ora, soffermandosi un po' su questo grazioso individuo, Abdelhakim Belhadj, al quale la NATO aveva generosamente offerto sostegno perché, sapete, combatteva per la libertà, la democrazia e tutta quella bella roba là, potrebbe essere utile ricordare che questo signore era l'emiro del Gruppo dei Combattenti Islamici Libici al tempo della sua fusione con Al-Qaida in Maghbreb nel 2007 – un connubio che era stato annunciato dal celebre egiziano inventore della Jihad Islamica, Ayman al-Zawahiri in persona – e riportato in un rapporto pubblicato dal centro di studi militari USA Combating Terrorism Center at West Point (p. 9). Del resto non c'era bisogno di una fusione ufficiale con Al-Qaida per assegnare al Gruppo dei Combattenti Islamici Libici l'etichetta di terroristi, visto che si era già provveduto a farlo nel lontano 2004, nella lista del Consiglio di Sicurezza ONU, del Dipartimento di Stato USA e dell'Home Office britannico (p.5). Lo stesso Belhadj, nel suo piccolo, è tuttora sospettato di essere coinvolto nell'attentato a Madrid del 2004.
Ora, siccome i media sanno che sarebbe un po' troppo complicato dover spiegare che uno dei nostri preferiti paladini per la libertà, appoggiato dalla coalizione NATO durante la guerra civile in Libia, avesse un curriculum di cotanto rispetto e che, mentre elargiva generosamente ai combattenti siriani armi sottratte all'arsenale di Gheddafi, non sia da escludere che ne abbia fatte arrivare anche al collega Mokhtar Belmokhtar, hanno preferito glissare elegantemente su tutti questi dettagli. Non si vorrà mica contraddire il canuto senatore John Mc Cain, il quale garantiva a suo tempo che i buoni combattenti di Benghazi e dintorni non erano affatto terroristi, ma patrioti che combattevano per il loro paese, e che avevano bisogno di tutto il nostro appoggio, etc etc? La prova schiacciante che non si trattasse di terroristi, naturalmente, era che glielo avevano assicurato personalmente loro. Visto? Nulla di cui preoccuparsi.
Sicché, quando l'adorabile Hillary Clinton ci ricorda che quest'ultima azione è un atto di terrorismo, procedendo poi a spiegarci che è tale in quanto perpetrata da terroristi (a beneficio di quanti fossero nell'erronea opinione che gli autori della recente crisi degli ostaggi in Algeria fossero dei gelatai), ricordiamolo, è bene interiorizzare le sue sagge parole e “vedere la situazione in un contesto più ampio”, come dice Madame in persona.
Senza esagerare però, OK?

Sunday, 30 December 2012

Il 'Chi?' Errante - parte 6

Eccovi la sesta parte di un'intervista che ho fatto all'amico, musicista, pensatore e attivista Gilad Atzmon a settembre dell'anno scorso (peraltro già apparsa sul suo sito).

A breve – tempo permettendo – una versione sottotitolata.




Wednesday, 26 December 2012

La “strage del pane a Natale”: contraddizioni e mancanza di prove nei video dell’opposizione‏

di Marinella Correggia

È troppo chiedere ai media di analizzare le denunce e i materiali video che ricevono, facendosi le classiche domande: chi, come, se, perché, cui prodest eccetera? Non lo hanno fatto, né in Italia né all’estero, di fronte alla cosiddetta “strage del pane” ad Halfaya, Siria, 23 dicembre: “Mig di Assad uccidono trecento persone mentre in mille facevano la fila per il pane”.
Gli oppositori dell’Osservatorio siriano per i diritti umani basato a Londra e dei Comitati di coordinamento locali hanno diffuso video che proverebbero un bombardamento dell'aviazione siriana (Mig russi) contro mille civili in coda per il pane ad Halfaya. Perché? Per ritorsione contro l’avanzata dell’opposizione armata, sostengono i media.
Mandare un aereo a massacrare per ritorsione persone inermi affamate e per di più intorno a Natale, sarebbe non solo un atto diabolico ma anche suicida. Quel che ci vuole per tirarsi addosso l’ira armata del mondo, alienandosi anche chi continua a sostenere il negoziato anziché interventi militari.
Tanto più che in Siria e dunque nel mondo infuria quel che l'emittente Russia Today ha definito guerra chimica delle parole (con governo e gruppi armati a reciprocamente accusarsi dell’uso di armi vietate; ma solo le accuse dei gruppi armati sono tenute per buone). E tanto più che nello stesso giorno arrivava a Damasco l’inviato dell’Onu Lakdar Brahimi per parlare con il presidente Assad.
Eppure le notizie e i video sul 23 dicembre sono ripresi da tutti i media internazionali – e italiani – esattamente nella versione proposta dall’opposizione, senza avanzare dubbi di natura giornalistica sulle “prove video” le quali mostrano molte contraddizioni e nulla rivelano sui colpevoli, né sulla dinamica.
L’unica cosa certa, come per tantissime immagini e notizie su questa orrenda guerra fomentata, è che ci sono morti.

LA GUERRA MEDIATICA NON SI CHIEDE “CHI COSA COME PERCHE

Madrina della “notizia” è stata la tivù satellitare saudita al Arabiya, con la cifra di 300 uccisi che ha rotto ogni argine nella diffusione della notizia. La tivù saudita non è nuova agli exploit: nel febbraio 2001 un suo twitter lanciò la enorme e tragica bufala dei “diecimila morti in Libia”, una strada senza ritorno. Nel poco tempo in cui l' Ansa ha dato per certo il numero di 300 morti la notizia – poi ridimensionata, questa è stata posta in testa alla home page del sito, dopo il ridimensionamento è tornata in una posizione meno visibile. Poche ore dopo, l’emittente qatariana al Jazeera metteva in evidenza la denuncia di “attivisti” di Homs per i quali sette persone sarebbero morte per aver inalato un gas sconosciuto.
In questi giorni (è una coincidenza?) i paesi del Golfo si sono incontrati e hanno parlato anche di Siria. Inoltre, nei giorni festivi o prefestivi ci sono meno notizie, addirittura mancano i quotidiani (a ferragosto e natale), le agenzie staccano almeno per qualche ora completamente. Quindi le notizie hanno una "persistenza" molto maggiore. Insomma una notizia in un giorno del tipo ferragosto, Natale, capodanno, può avere un impatto molto superiore a una notizia analoga uscita in un giorno feriale qualsiasi.
Oltre a ciò i media, non solo italiani, prendono per buone le denunce dell’opposizione senza cercarne le prove.
Per il Tg3: “Novanta morti secondo fonti ufficiali, oltre 300 secondo il canale satellitare al Arabiya”. Per il Tg3, dunque, “ufficiale” è la fonte dell’Osservatorio siriano di Londra.
Surreale anche il Fatto quotidiano (versione stampata) del giorno 24 dicembre: “Nessuno si aspettava che lo spietato regime siriano avrebbe fermato i suoi jet carichi di bombe e il lancio di scud, per concedere ai cittadini siriani di fede cristiana di prepararsi al Natale” (eppure, come tutti sanno, i cristiani in Siria sono nel mirino non dei Mig e degli Scud ma dei gruppi armati dell’opposizione islamista). Il Fatto online cita l’emittente saudita, con le sue fonti: testimoni oculari e attivisti anti-regime dei comitati locali (Lcc) e dall'Osservatorio per i diritti umani.
Qualche richiamo internazionale. Dall’agenzia Reuters: “Decine di persone uccise e molte altre ferite in un attacco aereo governativo contro una panetteria, domenica, secondo gli attivisti” (…); “se confermato, l’attacco ad Halfaya, presa dai ribelli la settimana scorsa, sarebbe uno degli attacchi aerei più mortali nella guerra civile in Siria”. Come prova si citano i video e un “attivista” locale: “Quando sono arrivato sul posto c’erano pile di corpi a terra, e fra questi donne e bambini” (NB. L’attivista non parla di aerei) (…) “I residenti di Halfaya parlano di 90 morti, l’Osservatorio di Londra di 60”.
Cifre in libertà anche sulla CNN (che almeno fin dal titolo precisa che è una denuncia dell’opposizione): secondo i Comitati di coordinamento locale – che riforniscono di notizie l’Osservatorio a Londra – “sono state uccise oltre 100 persone ma il numero è destinato a salire; un attivista ha visto la sepoltura di almeno 109 persone”. (…) L’attivista locale – sono sempre chiamati attivisti anche gli armati – spiega che “gli addetti dell’ospedale hanno dichiarato che l’area del panificio non era raggiungibile” (NB. Come mai se Halfaya è nelle mani dei gruppi armati?). Subito dopo lo stesso attivista sostiene che “gli ospedali non riescono a curare tutti i feriti”.
Ma le contraddizioni sarebbero state molto maggiori se i media si fossero dati la briga di analizzare per bene i video portati come prova…
 
LE SMENTITE IGNORATE

Naturalmente quasi nessuno riporta la smentita del governo di Damasco, veicolata dalla agenzia Sana. Eccola, per un po’ di par condicio: “Gruppi terroristi hanno attaccato la cittadina di Hilfaya e commesso crimini contro la popolazione (…) per poi girare video in modo da accusare l’esercito siriano di questi crimini. Residenti di Hilfaya hanno accusato i gruppi armati di aver attaccato il dispensario e la municipalità” (NB. Un video mostra armati trionfanti sui tetti di questi edifici). “Gli abitanti hanno detto di aver chiamato l’esercito il quale ha affrontato i terroristi eliminandone un gran numero”. La Syrian TV ha analizzato i video sottolineando le incongruità nelle denunce verbali che accompagnavano le immagini e le non corrispondenze fra lo stato e il numero dei corpi (e l’essere questi tutti uomini) e la denuncia di un massacro per via aerea su una folla enorme di donne e bambini.

ANALISI DEI VIDEO. COSA E’ SUCCESSO DAVVERO AD HALFAYA, E NON SOLO?

Gruppi di persone sparse in diversi paesi (Siria inclusa) si sono permesse il lusso di ignorare entrambe le versioni (essendo esse di parte) e di studiare i video. Tutte le loro versioni – e il buon senso – concordano nel dire che a) i video non sono credibili perché sono contraddittori, b) i video non portano alcuna prova sul colpevole e sulle circostanze.
Ci soffermiamo su questi due link:
http://www.youtube.com/watch?v=-wO9fGIQdqA#t=09m41s
e
https://www.youtube.com/watch?v=SpFyiom7Nog
Rileviamo quanto segue.
- Non c’è traccia di passaggio di aerei e nessun segno che possa indicare chi ha sparato e in quale circostanza e contro chi.
- Non ci sono donne e bambini fra gli uccisi, i quali ultimi sembrano meno numerosi di quanto denunciato.
- Nessun indizio per capire che si tratti di un panificio, anzi… un particolare mostrerebbe la messinscena: nel video un uomo depone per terra un pane tondo tradizionale, sul sangue. Per mostrare al mondo che si trattava di una panetteria? Poco dopo un’altra mano raccoglie il pane. Ma come ha tradotto il Tg1 della Rai sul suo sito? "Uno scatto fra gli altri testimonia la strage, quello di un ribelle che raccoglie una tradizionale pita, il pane siriano, da una pozza di sangue". A conclusioni simili sono arrivati anche gli attivisti europei di Mediawerkgroep Syrië
Ed ecco l’analisi del sito siriano Syriatruth che non è governativo né sostiene l’opposizione armata: “Anche volendo trascurare la solita "coincidenza" tra la strage e l'arrivo di Brahimi a Damasco, da una prima analisi dei filmati emergono alcune incongruenze rispetto alle notizie poi diffuse:
- non si vedono donne o bambini, eccetto una donna e un ragazzo, forse solo dei passanti; e tutte le vittime sono uomini adulti.
- Il numero massimo delle vittime dovrebbe essere tra i 20 e i 30 (cifra ben distante dai 90 di cui si parla, figuriamoci dai 300!).
Se i primi due elementi possono ridimensionare la tragedia, ma non diminuirne la gravità, il terzo sembra più significativo:
- dalle immagini non risultano macerie tali da far pensare a un bombardamento aereo, non ci sono tracce dell'impatto della bomba o missile lanciato dal presunto Mig, ma solo un foro sull'edificio e rovine di piccola entità, più facilmente riconducibili a un ordigno di modesta portata. Questo particolare genera un altro quesito: da dove arrivano le macerie visibili sotto l'edificio? Non certo dall'unico foro che sembra visibile.
- Ulteriore interrogativo: se, come si racconta, sono state colpite delle persone in fila per il pane, perché si vedono solo corpi al di fuori della struttura e l'interno non è quasi inquadrato? E come mai è ancora quasi perfettamente integro?
- Un altro particolare riguarda la data: in un video più volte si ribadisce che è sabato 21 dicembre; mentre in un altro si parla del 23 dicembre.
- Il luogo, poi, è pieno di gruppi armati, alcuni in uniforme, altri in abiti civili, ma comunque armati (in una scena è chiaramente visibile che uno di loro toglie un kalashnikov dalle mani di un cadavere)”.
Non si sa dunque cosa sia successo. Le ipotesi sono diverse e nessuna per ora verificabile, ma la più assurda è proprio che un Mig bombardi sotto gli occhi del mondo mille persone in fila per il pane. Le vittime potrebbero essere come in altri casi (ad esempio il “massacro di Tremsheh”), membri di gruppi armati utilizzati per creare un altro possibile casus belli contro il governo siriano. Il sito potrebbe in effetti essere stato bombardato dall’esercito, negli scontri che avvengono quotidianamente con l’opposizione armata, in ambito anche urbano, là dove la guerra è stata portata. Poiché non ci sono prove che fosse un centro per la distribuzione del pane al momento della tragedia, potrebbe essere stato uno spazio preso dai gruppi armati pe r fabbricare esplosivi ed essere esploso. C’è poi chi (come la radio Irib) sostiene che potrebbe essersi trattato di un colpo portato da una delle fazioni dell’opposizione all’altra, piazzando un ordigno in piena città.
Non si sa. Quel che è certo è che a causa della guerra, delle sanzioni, dei furti il pane scarseggia.
Abbondano invece le “notizie” di bombardamenti aerei su file per il pane e panifici: il Consiglio nazionale siriano, un po’ detronizzato dalla neonata Coalizione di Doha, denuncia alla tivù satellitare saudita un attacco a Homs con dieci bambini morti; e i Comitati di coordinamento di Homs parlano di un bombardamento aereo a Talbise, anche lì colpito un panificio (e un ospedale da campo) con vari morti fra cui bambini e donne. Anche lì, sul “chi, come, se, perché” non ci sono prove.
La disinformazione legittima l’ingerenza anche militare e quest’ultima aumenta la guerra e i morti, in un perfetto circolo vizioso.

CASI PRECEDENTI: GLI AEREI DI GHEDDAFI E IL MERCATO DI SARAJEVO

Ricordiamo en passant che la guerra Nato in Libia dovette molto, nella fase di preparazione anche mediatica, alle denunce senza prove circa i Mig governativi che massacravano manifestanti pacifici. Tutto falso, si è scoperto. Ben presto, ma troppo tardi.
Ricordiamo anche alcuni episodi a Sarajevo negli anni 1990. Citando Michel Collon, giornalista belga da tempo attivo sulle “menzogne di guerra”:
“Il 27 maggio 1992 una bomba uccide almeno sedici persone che facevano la coda davanti a una panetteria a Sarajevo; un centinaio i feriti. Subito vengono accusati gli assedianti serbi. Il Consiglio di Sicurezza Onu decreta sanzioni economiche contro quel che rimane della Jugoslavia, ovvero Serbia e Montenegro, accusata di appoggiare i serbi di Bosnia. Un’inchiesta sui responsabili, effettuata in seguito all’Onu, non verrà mai pubblicata. Il giornale britannico The Independent spiegò in seguito: ‘I responsabili delle Nazioni Unite e alti funzionari occidentali ritengono che alcuni dei peggiori massacri a Sarajevo, e anche la strage del pane, siano stati compiuti dai musulmani, difensori della città, e non dagli assedianti, per forzare un intervento militare occidentale’. (…) I due attentati che colpirono il mercato di Sarajevo nel febbraio 1994 e nell’agosto 1995 si possono far risalire alla stessa strategia. Il primo arrivò giusto per far fallire il piano di pace proposto dagli europei di fronte all’intransigenza degli Usa e del leader musulmano della Bosnia, Izetbegovic (la percentuale degli statunitensi favorevoli a un attacco armato contro i serbi passò d’un colpo da un terzo a oltre la metà). Il secondo legittimò i massicci attacchi contro le postazioni serbe intorno a Sarajevo”. Aggiungiamo che mesi dopo la prima strage di Markale, 5 febbraio 1994, Jasushi Akashi, delegato speciale ONU per la Bosnia, dichiarò alla Deutsche Presse Agentur che un rapporto segreto Onu aveva attribuito da subito ai musulmani la paternità della strage, ma che il Segretario Generale Butrous Ghali non ne aveva parlato per ragioni di opportunità politica. Poco tempo dopo Akashi venne rimosso dall'incarico.

Link dell'articolo originale:
http://www.sibialiria.org/wordpress/?p=1240