Saturday, 5 June 2010

I pubblicitari si mobilitano

“In questo giorno siamo venuti per commemorare un altro dorato anello della catena di persone che si sono opposte al vile nazionalismo, al movimento egoista che si è ammantato di sacralità, e che si è appropriato dell’identità ebraica per perpetrare i crimini più orripilanti” - Rabbino Yisroel Dovid Weiss

Nessuno ha mai detto che fosse facile fare il mestiere di pubblicitario. Ci vuole talento per promuovere un prodotto di cui il consumatore non è convinto, è necessario saper improvvisare, adattarsi, inventare strategie che cambino di volta in volta, coniare slogan che facciano appello all’emotività dei potenziali acquirenti. Quanto più importante è il prodotto, tanto più sopraffine sono le menti incaricate di pubblicizzarlo: è quindi confortante sapere che, quando si tratta di vendere una linea importante come il governo israeliano e le IDF (Israeli Defence Forces), solo i migliori rispondono alla chiamata, particolarmente in tempi come questi, in cui il prodotto è quanto mai difficile da far ingoiare.
È in questi momenti che per i creatives diviene necessario convincere i committenti di dette pubblicità che i loro soldi sono stati spesi bene.
Certo, vi sarà chi ritiene che gli autori dei recenti editoriali a difesa delle azioni compiute cinque giorni fa dalle Forze Armate Israeliane in acque internazionali hanno in realtà agito in quanto mossi da passione personale, motivati dalle loro sincere convinzioni.
Indubbiamente, perché no? Però ammettiamolo, via: come diceva Heath Ledger ne Il Cavaliere Oscuro, “se si è bravi a fare una cosa, che senso ha farla gratis?”
Nella migliore tradizione alla Edward Bernays – nipote americano di Sigmund Freud e inventore del termine Public Relations, tanto ammirato dal Dr. Joseph Goebbels [1] – i più efficienti del settore si sono affrettati a competere gli uni con gli altri per varare la più efficace campagna pubblicitaria a difesa dell’uccisione da parte della marina israeliana di 9 civili a bordo della nave Mavi Marmora, che componeva la Freedom Flotilla destinata a portare aiuti umanitari a Gaza. Il compito non era facile, d’accordo; ragione in più per ammirare gli eroici pensatori che si sono cimentati nella difficile arte delle PR.
Se siete in vena, vi invitiamo a seguirci nell’analisi delle tecniche utilizzate in alcuni degli spot apparsi con efficientissima sincronia su alcuni mezzi di comunicazione in Italia. Ci state?

1. La distrazione

Questo è l’equivalente di gridare al-ladro-al-ladro quando si è appena stati sorpresi con le mani nella tasca di un ignaro passante con l’intenzione di rubargli il portafoglio. Distrarre dunque l’attenzione dal fatto principale e pilotarla verso un altro evento, talvolta marginale - più spesso inesistente. Nelle pubblicità questo è identificabile con la tecnica di reclamizzare un medicinale in un setting idilliaco, che suggerisca pace, armonia e soprattutto salute: lo scopo è in realtà distrarre lo spettatore dagli spaventosi effetti collaterali in stile: “massicci dosaggi possono avere decorso fatale”.
Per quanto riguarda il sapiente uso di questa tecnica in riferimento all’attacco sulla Mavi Marmora, è d’obbligo ammirare Fiamma Nirenstein, la quale ci informa che la nave conteneva membri della “organizzazione turca IHH, protagonista della vicenda [e che] è sempre stata filoterrorista” [2]. Più o meno lo stesso concetto – sebbene un po’ più emotivamente e con qualche punto esclamativo in omaggio – ci viene regalato da Deborah Fait: “Scommetto, amici, che vorrete sapere chi ha organizzato la Flottiglia dell'odio!
Eccovi serviti, leggete attentamente e tranquillamente il Link qui di seguito e saprete tutto su questa organizzazione filoterrorista, chiamata IHH, che protegge la jihad e ogni gruppo fondamentalista e estremista islamico:
http://www.terrorism-info.org.il/malam_multimedia/English/eng_n/html/hamas_e105.htm” [3].
Leggete attentamente e tranquillamente indeed!
In altre parole, siete invitati a ignorare le centinaia di attivisti e pacifisti che trasportavano viveri, medicinali e risorse scolastiche alla popolazione sotto assedio a Gaza, e di concentrarvi esclusivamente su uno sparuto gruppo di estremisti che si trovava su una delle otto navi.
Non vi sarà sfuggito che questo ragionamento non è molto dissimile dal dire che, siccome esiste una minoranza di politici israeliani che non può nemmeno viaggiare in alcuni paesi europei per paura di un arresto per crimini di guerra (viene per esempio in mente il vice premier Moshe Ya'alon [4], o Tzipi Livni, per accomodare la quale adesso il governo britannico si sta affrettando a cambiare la legge [5]), allora è doveroso ignorare la maggioranza di personalità politiche in Israele, le quali in buona fede si adoperano da anni per ottenere una pace equa e duratura.
Per continuare sul piano della distrazione – ahimé – proprio non ce l’hanno fatta a strapparci l’applauso Michael Sfaradi e le stesse Nirenstein e Fait, con la loro prevedibile menzione del caporale dell’esercito israeliano Gilad Shalit, “da oltre quattro anni nelle mani [di Hamas]” [6].
Questo non tanto perché il rapimento di Shalit – del quale ci auguriamo l'incolumità e pronta liberazione - abbia ben poco a che vedere con l’attacco alla Flottiglia (d’altronde non a caso questa tecnica si chiama “distrazione”), quanto piuttosto perché sarebbe troppo facile controbilanciare questa informazione con quanto riportato dall’associazione israeliana per i diritti umani B’Tselem, secondo la quale un migliaio di cittadini palestinesi sono attualmente detenuti nelle carceri senza essere stati informati di che cosa li si accusi e, ça va sans dire, senza lo straccio di un processo (administrative detainees) [7]. Per chi non ci fosse ancora arrivato, questo significa che si sta parlando di un migliaio di persone rapite da Israele che tuttora languono in cella, proprio come il caporale Shalit si trova tuttora nelle mani di Hamas. Ecco perché, a nostro parere, vi siete infilati in un territorio spinosetto e arduo da difendere, cari Michael, Fiamma e Deborah.
Cerchiamo di fare un po’ più attenzione in futuro, OK?

2. La legittimizzazione

Che parolona, eh? Eppure non è necessario spiegarvi in che cosa consista questa tecnica; l’avete vista centinaia di volte, in tutte quelle pubblicità dove si vede un tizio in camice bianco dire cose come: “Questo prodotto è raccomandato dall’associazione medici/dentisti/psichiatri, bla-bla-bla”.
In questo campo, il nostro preferito fra tutti non può che essere Ugo Volli, il quale ce la mette proprio tutta a legittimizzare non solo la tentata deviazione di rotta delle navi da parte della marina militare israeliana (e l’arrembaggio che è seguito), ma anche il blocco su Gaza, che da quattro anni viene imposto su quello che è di fatto il più grande penitenziario del mondo. A questo proposito Volli è persino riuscito a reperire una legge del 1856 – tanto di cappello per aver imparato a usare Wikipedia: “Il blocco navale” scrive Volli “è una pratica di guerra antica (risale almeno alle guerre napoleoniche) e legittima (sancita dal Congresso di Parigi del 1856). Esso consente alla potenza bloccante di catturare o anche affondare tutte le navi che cercano di violare il blocco anche in mare aperto, senza limiti di acque territoriali” [8].
È un eccellente reperto quello presentato da Volli, ma presenta un paio di problemini: per quanto affascinante possa essere lo spolverare oscuri codici napoleonici – per chi ha tempo da vendere - ci vuole qualcosina di un po’ più sostanzioso dell’antichità di una legge per garantirne la legittimità. Ugo, gioia, lo sapevi che anche ius primæ noctis era una legge molto antica?
Beh, consapevole di non poter competere con la tua enciclopedica cultura, Àp0ti si può giusto accontentare di ricordarti l’articolo 33 della 4° Convenzione di Ginevra [9], che proibisce alle forze di occupazione di applicare punizioni collettive (razionamento di viveri e generi di primaria necessità) contro la popolazione di un territorio occupato. Il blocco su Gaza è quindi una violazione del diritto internazionale e un crimine di guerra. Lo sapevi?
Cambiando abilissimamente discorso (vedere “distrazione”), Volli prosegue legittimando il diritto di Israele a difendersi in questo passaggio: “Neppure un testo così antisraeliano come il Rapporto Goldstone ha negato a Israele il diritto di autodifesa”. L’applauso per Volli è qui più che meritato; non tanto per “il diritto di autodifesa” che peraltro, a gennaio dell’anno scorso, venne interpretato dalla macchina da guerra israeliana come “il diritto di bombardare scuole e ospedali uccidendo 1400 persone”, quanto piuttosto per aver ammirevolmente eseguito l’acrobazia mentale e retorica necessaria per convincersi che il rapporto Goldstone sia “antisraeliano”. Qui Ugo Volli si gioca una carta rischiosa, perché sa benissimo – anche se spera non lo sappiano i suoi lettori – che l’autore del rapporto Richard Goldstone è da sempre un dichiarato sionista (sebbene ultimamente si sia guadagnato l’ostilità dei più intransigenti tra i suoi colleghi), ed è – ahimé – un po’ più difficile collocarlo nella consueta logica di anitisemita/ebreo-che-odia-se-stesso.
“La logica del blocco navale a Gaza deriva dal fatto che dopo il ritiro israeliano di quattro anni fa vi si è stabilito con un colpo di stato il regime terrorista di Hamas”, ci spiega Volli, sempre a proposito del blocco. Siete riusciti a scorgere la sottile tecnica? Non c’è nulla di lasciato al caso qui: osservate quel “dopo il ritiro israeliano [...] vi si è stabilito un colpo di stato”. Questo è un piccolo capolavoro vecchia scuola, Ugo; sembra quasi di immaginare la scena: le truppe israeliane si ritirano e bang! Colpo di stato! Non li si può lasciar soli un minuto, via.
Tuttavia, anche volendoti condonare l'uso improprio dell'espressione “colpo di stato” (l'unico colpo di stato della storia, a quanto pare, perpetrato dal partito che aveva vinto le elezioni), c’è un altro rischio, Ugo: qualche tuo cortese lettore potrebbe farti notare che in realtà passarono due anni fra un evento e l’altro. Due anni – uno potrebbe aggiungere – nei quali il maggior timore ai vertici del governo israeliano era proprio che Hamas e Fatah raggiungessero un accordo, costringendo Israele a ritornare al tavolo delle negoziazioni, piuttosto che al comando degli aerei da bombardamento F-16 e UAV dove, ammettiamolo, si sente molto più a suo agio.
Ricorderete infatti il panico dell’allora primo ministro Ehud Olmert quando, nel marzo del 2007, una coalizione Fatah-Hamas cominciava a sembrare una terribile realtà; ricorderete anche come Olmert esortasse chiunque avesse voglia di ascoltarlo di boicottare questo neonato governo di unità palestinese, con le parole del portavoce Mark Regev: “Israele non tratterà con questo governo e speriamo che la comunità internazionale faccia altrettanto” [10]. Fortunatamente il tanto atteso colpo di stato mise fine a tutto ciò. Scampata bella, eh?
Ma la migliore legittimizzazione rimane quella di Angelo Pezzana che, con disprezzo del congiuntivo, scrive su Libero [11]: “Tutta l'Europa è Israele, tutto il mondo civile è Israele, nessuno si senta tranquillo perchè la guerra è lontana. E' più vicina di quanto ci hanno insegnato a credere”. Capite? Israele siamo noi. Disumano chiunque sia di un’altra opinione.

3. La delegittimizzazione

Questa è la ben nota tecnica usata per annunciare che i prodotti rivali sono di inferiore qualità: spesso si traduce in espressioni come: “Diffidate delle imitazioni”.
Qui è naturalmente importante ridicolizzare chiunque si azzardi a inorridire alla notizia dell'ennesima uccisione di civili da parte delle Forze Armate Israeliane. Il compito è duro ma Ugo Volli è senz'altro all'altezza: “I soldati israeliani si sono comportati benissimo [...]. Li condannano quelli che non sanno come sono andate le cose o gli ipocriti propagandisti dell'islamismo e chi va loro dietro”.
Guai a voi se osate domandare a Volli in quale di queste tre categorie abbia intenzione di inserire il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che ha per l’appunto condannato l’attacco [12].
La delegittimizzazione più significativa però è quella dei pacifisti-ma-quali-pacifisti-sono-tutti-terroristi. Osservate in quale modo viene attuata.
Nirenstein ci informa che “Israele aveva più volte offerto agli organizzatori della flotta di ispezionare i beni nel porto di Ashdod, e quindi di recapitarlo ai destinatari. Essi avevano rifiutato, e questa sembra una prova abbastanza buona della loro scarsa vocazione umanitaria”; Pezzana incalza su Libero: “[...] come è possibile pensare che le motovedette di Israele avessero intenzioni ostili, quando il messaggio ai naviganti era l’invito ad attraccare al vicino porto di Ashdod per verificare che i carichi delle imbarcazioni non contenessero armi?”.
Ciò che questi autori riescono abilmente a fare è avitare accuratamente di parlare di quanto era successo ai precedenti tentativi di far arrivare aiuti umanitari a Gaza via mare: la nave Spirit of Humanity, per esempio, fu catturata dalla marina israeliana il 30 giugno 2009, e il carico a bordo fu confiscato. Forse, se abbiamo pazienza di aspettare, questi stessi autori ci forniranno un giorno le prove che le autorità israeliane si siano appunto premurate “di recapitarlo ai destinatari”. Forse.
Nel frattempo è lecito pensare che questa volta l’equipaggio della flottiglia abbia preferito non farsi fregare come i suoi predecessori.
È però R. A. Segre su Il Giornale a commettere il tragico errore di lasciarsi sfuggire: “Per agire prima della luce dell'alba la marina ha commesso l'errore di operare nelle acque internazionali compromettendosi col diritto internazionale” [13].
Acque internazionali? Provaci tu a spiegarlo a Deborah Fait, che insiste che l’episodio “e' accaduto ieri all'alba nelle acque territoriali israeliane” [3]. Accidenti ragazzi, forse sarebbe stato meglio mettersi d’accordo prima su quanto scrivere, no?

4. Il senso di colpa

Questa è una tecnica piuttosto estrema, che potete chiamare ricatto morale, se volete. È talvolta usata per vendere prodotti come assicurazioni sulla vita per i propri cari o affini, e il messaggio è il seguente: se non comprate questo prodotto siete disumani, senza cuore e, perché no, anche un po’ criminali. Shame on you!
Avrete già intuito quale sia l’applicazione in questo contesto: chiunque osi criticare questo attacco farebbe bene a mostrare coerenza fino in fondo, e tirare fuori dall’armadio quell’uniforme delle SS – siamo certi che ne possiede una da qualche parte – e indossarla per il resto dei suoi giorni.
A questo proposito va detto che la maggior parte degli autori citati si è guardata bene dall’abusare del panic button dell’anitsemitismo, vuoi per la difficoltà di dimostrare una simile tesi in questo caso, vuoi per la ben nota fine che toccò al ragazzetto che gridava al-lupo-al-lupo.
Rimane però la nostra preferita Deborah Fait, alla quale forse nessuno ha mai letto le fiabe di Esopo. Ecco qualche equilibrato estratto: “Come sono felici di poter avere la scusa per odiarci sempre di piu' e sognare nuovi fornetti, come sono rabbiosi perche' oggi non esiste piu' l'ebreo che si fa ammazzare a testa bassa quasi a chiedere scusa di esistere […]. Oggi l'Ebreo Nuovo e' Israele, Israele a testa alta, Israele che si difende e che difende ogni ebreo del mondo”.
Sai Deborah, ammiriamo la tua passione, i tuoi punti esclamativi, e troviamo il tuo pezzo (ci autorizzi a chiamarlo poesia?) affascinante.
È per questo che quasi ci piange il cuore a ricordarti un paio di cose che ti sei ben guardata dal menzionare: per esempio la posizione del movimento Voici Ebraiche Indipendenti [14], associazione di intellettuali della comunità ebraica basate in Gran Bretagna, che da anni ci ricorda che, per quanto riguarda Israele, “lo spettro di opinioni tra la popolazione ebraica di questo paese non è rappresentato in quelle istituzioni che si arrogano l’autorità di rappresentare in toto la comunità ebraica” [15], o magari quella coalizione di rabbini americani che a gennaio del 2009 acquistò una pagina del New York Times [16] per esprimere il proprio disgusto all’operazione Piombo Fuso contro la striscia di Gaza. Se questi citati intellettuali non fossero le persone educate che sono, Deborah, probabilmente sarebbero lieti di spiegarti che cosa ci puoi fare con la tua retorica di “Israele che difende ogni ebreo del mondo”.
E che dire delle parole del professor Avi Shlaim, nato e cresciuto in Israele e attualmente professore di relazioni internazionali presso l’università di Oxford: “Il blocco è una forma di punizione collettiva severamente proibita dal diritto internazionale. La Freedom Flotilla era un coraggioso tentativo da parte di numerose organizzazioni per i diritti umani non solo di portare materiali di conforto alla popolazione di Gaza – da troppo tempo agonizzante – ma di fare appello alla coscienza dell’umanità. Per troppo tempo la comunità internazionale ha osservato passivamente il martirio di Gaza” [17]. O magari le parole del rabbino Yisroel David Weiss che, in una manifestazione tenuta per compiangere le vittime dell’attacco, ha detto: “In questo giorno siamo venuti per commemorare un altro dorato anello della catena di persone che si sono opposte al vile nazionalismo, al movimento egoista che si è ammantato di sacralità, e che si è appropriato dell’identità ebraica per perpetrare i crimini più orripilanti” [18].
Oy vey, e adesso come si fa a gridare all’antisemita in questo caso? Un aiutino, Deborah?
Forse un’altra volta. Nel frattempo vi lasciamo con le parole del rapporteur per i diritti umani alle Nazioni Unite Richard Falk: “Questo è stato un incidente scioccante che ha comportato […] un totale disprezzo del diritto internazionale, da molti punti di vista. È stato un atto di pura aggressione. È stato compiuto in alto mare e nello sprezzo dei più elementari standard umanitari. Si sapeva che a bordo della flottiglia non c’erano armi. Non è trattato di un’emergenza di sicurezza, nemmeno a voler usare la fantasia. Se mai c’era un diritto all’autodifesa, spettava alle persone a bordo delle navi [della flottiglia]” [19].
Pace,

Rinaldo Francesca, 05/06/10

[1] “Nel 1933 Joseph Goebbels rivelò a un giornalista americano che lo stava intervistando, come il libro Crystallizing Public Opinion che Bernays aveva pubblicato nel 1923 fosse stato utilizzato per le campagne politiche dei nazional-socialisti” Reperibile qui:
http://www.lafeltrinelli.it/products/9788895962054/Propaganda/Edward_Louis_Bernays.html. Vedere anche: http://www.onlinejournal.com/archive/04-23-01_Binion-Pt_1.pdf
[2] Fiamma Nirenstein: Dieci morti per una verità capovolta, Il Giornale, 01 giugno 2010, reperibile su: http://www.ilgiornale.it/esteri/dieci_morti_verita_capovolta/01-06-2010/articolo-id=449536-page=0-comments=1
[3] Disponibile su: http://deborahfait.ilcannocchiale.it/2010/06/01/non_pestateci_i_piedi.html
[4] Vedere Uri Blau: Vice Premier and ex-IDF chief cancels U.K. visit over arrest fears, Haaretz, 05/10/09, pubblicato su: http://www.haaretz.com/print-edition/news/vice-premier-and-ex-idf-chief-cancels-u-k-visit-over-arrest-fears-1.6702
[5] Alan Travis: Move to change law on 'political' arrest warrants postponed until after election, The Guardian, 4 marzo 2010, che si trova qui: http://www.guardian.co.uk/politics/2010/mar/04/gordon-brown-tzipi-livni-arrest-warrants-change-law
[6] Michael Sfaradi: Tragedia annunciata al largo di Gaza, reperibile su: http://www.opinione.it/articolo.php?arg=4&art=92333
[7] Le statistiche di B’Tselem sono riportate qui:
http://www.btselem.org/English/statistics/Detainees_and_Prisoners.asp
[8] L’intervento di Ugo Volli è reperibile qui: http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=999930&sez=120&id=34881&print=preview in una pagina web con tanto di fotografia del perfido arabo sanguinario armato di coltello. Purtroppo resta ancora da spiegare come sia possibile attribuire quella foto a un episodio accaduto alle quattro del mattino sulla nave della Freedom Flotilla, data la luce, palesemente diurna, che si riversa nell’ambiente.
[9] Disponibile qui:
http://www.difesa.it/NR/rdonlyres/81E5AF1E-DAB5-4508-9786-4FFBA02AB162/0/conv_ginevra4.pdf
[10] Ian Black, Middle East editor, Rory McCarthy and Ewen MacAskill: Israel risks isolation as Hamas-Fatah coalition takes office, The Guardian, 16 marzo 2007, reperibile su:
http://www.guardian.co.uk/world/2007/mar/16/israel
[11] Angelo Pezzana: Hanno rifiutato i controlli. Un suicidio non reagire, Libero, 1 giugno 2010, reperibile qui: http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=999930&sez=120&id=34881&print=preview
[12] Security Council condemns attack on Gaza aid flotilla, disponibile sul sito multimedia delle Nazioni Unite: http://www.unmultimedia.org/radio/english/detail/96445.html
[13] R.A. Segre: Così un’operazione giusta rischia la sconfitta politica, Il Giornale, 01 giugno 2010, reperibile su:
http://jewishvoices.squarespace.com/
[15] Julian Borger: Prominent Jews call for open debate on Israel, The Guardian, 5 febbraio 2007, disponibile su: http://www.guardian.co.uk/world/2007/feb/05/israel1
[16] Dave Belden: Why Isn't This News? U.S. Rabbis Call for Gaza Cease-Fire, The Huffington Post, 14 gennaio 2009, reperibile su:
http://www.huffingtonpost.com/dave-belden/why-isnt-this-news-us-rab_b_158019.html
[17] Avi Shlaim: Israel’s Insane Attack on the Freedom Flotilla, 1 giugno 2010, disponibile su:
http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=19505
[18] Un video della manifestazione si trova qui:
http://www.youtube.com/watch?v=SXh_T7oO9_g
[19] L’intervista originale è disponibile qui:

Sunday, 16 May 2010

Perché le correzioni non funzionano?

di Rinaldo Francesca

Concedeteci di cominciare con una citazione – più o meno fedele – dello storico show di satira mediatica The Day Today, concepito negli anni Novanta dalla perfida e geniale mente dell'autore Chris Morris:
“La settimana scorsa abbiamo riportato la notizia che il ministro del tesoro Michael Portillo si presenta agli incontri con un fucile a canne mozze, si apparta con bambini nei parchi per masticargli le guance e ha frequenti rapporti con animali randagi dichiarando: 'Purché abbiano una spina dorsale, a me vanno bene tutti'. Ci teniamo a precisare che questa notizia si è in realtà rivelata infondata”.
Ciò che Morris riusciva abilmente a dimostrare con questa pseudo-rivelazione di poco più di dieci secondi, era che messaggi di questa natura, piuttosto che provocare simpatia nei confronti della vittima di una calunnia, hanno inevitabilmente l'effetto contrario di imprimere nella mente del destinatario quella stessa immagine che vogliono in apparenza cancellare – in questo caso l'inquietante fotogramma di Michael Portillo nell'atto di rotolarsi nudo nell'erba con Lilli e il vagabondo.
Provate a negarlo!
In senso più generale, questo indicherebbe che una falsità, pur seguita da una smentita, avrebbe l'irreversibile effetto di rimanere depositata permanentemente nell'immaginario collettivo, sempre pronta a essere risvegliata dal sapiente uso delle corrette parole chiave.
Già molto è stato detto sull'assordante formato con cui negli ultimi anni sono state impacchettate le notizie dell'ennesimo complotto-terroristico-sventato-grazie-a-una-fonte-anonima, invariabilmente smentite mesi dopo in un trafiletto a pagina 13, quasi che per alcuni media la priorità fosse di terrorizzare il pubblico a intervalli regolari – imprimere l'immagine di cui sopra - nella consapevolezza che tanto ci sarà sempre tempo per una penosa smentita di lì a un semestre, accompagnata da vaghe scuse in sordina.
Ad esempio, il famoso complotto bioterroristco del ricino [1], “sventato” a Londra nel 2002, era perfetto da questo punto di vista in quanto aveva tutti i classici elementi del genre: una retata della polizia, una dozzina di arrestati – uno dei quali resistette all'arresto, accoltellando e uccidendo un ufficiale di polizia – una “fabbrica della morte” scoperta sopra a un'insospettabile farmacia e naturalmente le obbligatorie testate di giornali, che urlavano al pubblico britannico come un quarto di milione dei loro concittadini avesse evitato di un millimetro una morte orrenda per mano di un gruppo di spietati agenti di al-Qaida muniti di ricino; insomma, non mancava proprio nulla.
Tranne ovviamente il ricino, del quale non fu mai trovata traccia. O di qualcuno tra i sospettati che avesse la benché minima nozione di come estrarlo.
Uno dopo l'altro, tutti gli arrestati furono rilasciati senza lo straccio di un'accusa – con l'eccezione naturalmente dell'accoltellatore Kamel Bourgas.
Al processo, tutti gli altri furono scagionati. I giornali ci misero un altro annetto per aggiornarsi e ammettere un po' delusi che, ahimé, non c'era mai stato alcun complotto.
Per restare sempre qui in Gran Bretagna dove, nei sette anni che seguirono l'undici settembre, 1131 persone furono arrestate e successivamente rilasciate senza che si fosse trovato nulla a loro carico [2], l'Operazione Pathway, condotta dalla Metropolitan Police nell'aprile dell'anno scorso produsse simili risultati, con 11 studenti pachistani arrestati e rilasciati mesi dopo senza l'ombra di un'accusa. Esatto: totalmente innocenti. All'epoca dell'arresto, Gordon Brown non esitò a parlare di un “immenso complotto terroristico” [3]. Possibile che nessuno dei suoi advisors gli avesse consigliato di andarci un po' più cauto, considerando che gli indizi a carico degli studenti erano palesemente basati su congetture e false soffiate? O che Brown non avesse presagito possibili, imbarazzanti ritrattazioni, che infatti si dovettero puntualmente produrre solo sette mesi dopo?
E ancora: come non ricordare il glorioso momento in cui l'ex vice-presidente USA Dick Cheney venne colto in castagna a mentire spudoratamente su alcune fittizie rivelazioni, fatte da lui stesso?
Nel dicembre 2001 Cheney disse infatti a Meet The Press/NBC che “è un fatto confermato: [il dirottatore dell'undici settembre Mohamed Atta] andò a Praga per incontrare un ufficiale dei servizi segreti iracheni”. Nel 2004, quando la connessione 9/11 – Iraq cominciava a risultare sempre più demenziale, Cheney venne chiamato dalla stessa emittente televisiva a rendere conto delle sue affermazioni di tre anni prima; la sua risposta fu: “No, non ho mai detto niente del genere”. Un vero peccato per lui che per la NBC fu sufficiente riesumare il video dagli archivi per mostrare l'imbarazzante verità. Non abbiamo resistito a includere qui sotto una versione con le due comiche interviste a raffronto.

Anche in questo caso ci si chiede: dobbiamo veramente credere che la sinistra eminenza grigia dietro George W. Bush fosse convinta di farla franca, e che Cheney non si aspettasse di essere colto in flagrante come un bambino?
La storia è costellata di simili penosi episodi di ritrattazione o, in molti casi, discreti tentativi di far dimenticare con quanta insistenza i media e i politici avessero fino al giorno prima proclamato a gran voce questa o quella boiata all'indomani di una palese dimostrazione di quanto questi mitologici castelli di carte fossero basati sul nulla.
Una ritrattazione, d'altronde, si fa una volta sola; le menzogne che la precedono possono circolare per mesi ed essere pubblicate in centinaia di articoli prima che arrivi una smentita.
Quale delle due ha più chances di rimanere impressa nell'immaginazione collettiva, la menzogna o la smentita?
Provate a prendere per il bavero un passante per la strada – giusto per condurre un sociopatico esperimento di vox populi – e a domandargli chi fosse dietro all'attentato al papa del 1981. Fatta la dovuta scrematura di coloro che, togliendosi le cuffie dell'i-pod, vi domanderanno un po' stupiti di quale attentato stiate parlando, sarebbe interessante vedere a tutt'oggi quante persone vi balbetteranno qualcosa riguardo a un vago complotto di bulgari – non c'era di mezzo il KGB? - quel tizio turco, addestrato dai servizi segreti bulgari, etc etc; dopodiché chiameranno la polizia.
Dobbiamo alla giornalista Claire Sterling la sopravvivenza della spassosa fandonia denominata “la pista bulgara” e probabilmente al suo agente letterario, ansioso di spingere le vendite del celebre libriccino della Sterling, intitolato The Terror Network – 1981.
Questo libro, fondamentalmente un romanzo liberamente ispirato a fatti reali, tentava disperatamente di provare che dietro a ogni singolo attentato terroristico degli anni precedenti, indipendentemente dal luogo e dal perpetratore – OLP, ETA, IRA, RAF, BR, etc. - fosse individuabile la mano nascosta dell'URSS. The Terror Network divenne la bibbia dell'aministrazione Reagan, nonostante gli analisti della CIA sapessero perfettamente che dimostrare simili teorie “sarebbe stato impossibile perché molte delle informazioni nel libro provenivano da propaganda clandestina, ed erano state inventate dagli stessi agenti CIA per screditare l'Unione Sovietica” [4].
All'imperturbata Claire Sterling invece non sembrò vero di avere una nuova opportunità di reclamizzare il suo prodotto, inserendo doverosamente anche l'attentato al papa nel suo fantasioso schema di terrorismo internazionale targato URSS. La giornalista si mise dunque al lavoro, fiancheggiata da Paul Henze (il quale produsse per il Reader's Digest del settembre 1982 l'articolo The Plot to Kill The Pope) e diede alla luce il libro Time of the Assassins.
Le affascinanti teorie proposte in questi due capolavori seguivano il seguente favolistico sillogismo: l'attentatore Mehmet Ali Ağca aveva soggiornato brevemente in Bulgaria nell'estate del 1980; gli efficientissimi servizi segreti bulgari non potevano non essere al corrente dei suoi movimenti passati e futuri. Conclusione: i servizi segreti bulgari (e, indirettamente, l'Unione Sovietica) pianificarono l'attentato.
Lampante, no?
Poi si sa, una volta decisa la conclusione da trarre, si trattò semplicemente di selezionare quei rari fatti che in qualche modo potessero sostenere la bizzarra teoria, escluderne alcuni, distorcerne altri, et voilà. Poco importava se Ağca, tramite il suo network (quello vero) del gruppo di estremisti di destra turchi i Lupi Grigi, avesse in effetti soggiornato non solo in Bulgaria, ma in dodici paesi differenti prima di arrivare in Italia, o che i Lupi Grigi prediligessero la Bulgaria per i loro traffici grazie all'anonimato garantito precisamente dall'inefficienza della polizia bulgara (come il terrorista turco Abdullah Catli avrebbe confermato al suo processo a Roma, il 22 settembre 1985) [5]. Del resto si sarebbe sempre potuto contare su qualche zelante ufficiale dei servizi segreti italiani per produrre falsi dossier, quelli per cui l'Italia è leggendaria (vedere Nigergate), a dimostrazione della sconcertante teoria del momento; poniamo, il generale del SISMI Giuseppe Santovito, per esempio (tessera P2 No. 527), che diffuse prontamente un documento – successivamente rivelatosi fasullo – dove si leggeva che Ağca era stato addestrato in Russia.
Grazie per aver partecipato, Giuseppe!
Frottole del genere sono dure a morire e la disinformazione fa il lavoro per il quale è stata concepita: impiantare permanentemente un tarlo nel cervello, pronto a risvegliarsi a ogni momento con le parole: e-se-fosse-vero?
Suona familiare il nome di Arthur Scargill?
Presidente dell'Unione Nazionale dei Minatori (NUM) in Gran Bretagna fino al 2002, spina nel fianco di Margaret Thatcher durante lo sciopero dei minatori del 1984-85, in un periodo in cui la Lady di Ferro faceva del suo meglio per affossare definitivamente l'industria del carbone in UK, Scargill vide la sua reputazione devastata da una serie di articoli pubblicati da svariati tabloids – il Daily Mirror in particolare – in cui si blaterava che, proprio durante lo sciopero dei minatori, Scargill aveva ripagato il mutuo della sua casa con fondi donati dalla Libia e che aveva ricevuto un milione di sterline dalle sue controparti in Russia, “movimenti di fondi attraverso banche svizzere e irlandesi, in scatole piene di contanti trasportate nottetempo”.
Nessuna di queste storie conteneva un briciolo di verità, come si sarebbe scoperto anni dopo. Intanto però il danno era fatto, e le scuse ufficiali di chi prima aveva gongolato nel pubblicare queste “rivelazioni” ci misero dodici anni ad arrivare [6].
Ci si scuserà l'elenco parziale di cui sopra, sentitevi liberi di aggiungervi quanti più esempi vi vengano in mente di simili episodi di disinformazione a tutto volume, seguiti da smentite sussurrate.
Concedeteci però un ultimo campione di diffamazione, recente e tutto italiano; non tanto per quella patetica ossessione, tanto cara ai media italiani, di provare ad ogni costo che certo-che-noi-in-Italia-non-siamo-secondi-a-nessuno, quanto piuttosto per alleggerire il testo con un tocco di comic relief, ispirandoci alla tradizione del Rodeo, dove nei momenti di tensione arriva inevitabilmente il momento di far scendere in campo i clowns.
A Vittorio Feltri dunque, direttore de Il Giornale, da molti ritenuto un vero quotidiano.
Certo, non è qui il caso di ripetere le fasi della campagna diffamatoria che Feltri mise in piedi nell'agosto dell'anno scorso contro l'allora direttore de L'Avvenire Dino Boffo [7], colpevole di aver fatto notare che l'abitudine di Silvio Berlusconi di farsi recapitare a casa plotoni di ragazze squillo da un imprenditore coinvolto in compravendite di cocaina a botte di mezzi etti [8] potesse – come dire – non essere del tutto compatibile con la promozione di Family Days e simili amenità.
D'altronde Boffo faceva solo il suo mestiere, quello di assecondare i lettori del suo cattolico giornale, mentre Feltri faceva il suo: devastare la carriera di chi aveva osato criticare il suo padrone. Poco importa se lo scoop pubblicato su Il Giornale si è rivelato fasullo, risultando in una strisciante retromarcia di Feltri, con frasi del tipo: “Boffo ha saputo aspettare, nonostante tutto quello che è stato detto e scritto, tenendo un atteggiamento sobrio e dignitoso che non può che suscitare ammirazione” [9], con quella temerarietà che solo chi non si preoccupa di dove infila la lingua è in grado di mostrare.
Quello che importa è che la missione sia stata compiuta: Boffo non è più il direttore de L'Avvenire, né sono bastate penose scuse per annullare questo traguardo.
Questo porta nuovamente alla stessa domanda di prima: fino a che punto le ritrattazioni servono effettivamente a rimettere in carreggiata l'opinione pubblica, temporaneamente deviata da una falsa informazione?
Bene, due mesi fa la rivista Political Behaviour ha pubblicato i risultati di un paio di studi condotti tra il 2005 e il 2006 per stabiire esattamente questo. La premessa degli studi è la seguente: a 130 participanti era stata assegnata la lettura di un falso articolo, attribuito ad Associated Press e datato ottobre 2004, nel quale si riportava la necessità di un'appassionato sostegno della guerra in Iraq, citando anche un discorso – autentico – in cui George W. Bush insisteva sul rischio che Saddam Hussein potesse passare armi, materiali o informazioni al “network terroristico” internazionale (déja vu?). Vero, nell'articolo era anche presente una correzione in cui si specificava che questa leggenda era stata da tempo smontata, menzionando il rapporto CIA, realmente pubblicato e firmato da tale Charles Duelfer, dove si diceva che in Iraq non esisteva alcun programma di armi di distruzione di massa dall'inizio degli anni Novanta. Questa correzione però era stata inclusa solo nella versione dell'articolo distribuita a metà dei partecipanti, mentre l'altra metà aveva ricevuto l'articolo privo di alcuna smentita. È proprio qui che le cose si fanno interessanti, e ci si può fare un'idea di quali risultati siano emersi già dallo stesso titolo che è stato dato a questo studio: When Corrections Fail (quando le correzioni non funzionano) [10].
Attraverso un sistema di domande a risposta multipla, gli autori dello studio hanno constatato che proprio per quei partecipanti che avevano ricevuto l'articolo con la smentita – perlomeno quelli che all'inizio dello studio si erano dichiarati convinti dell'urgenza di disarmare Saddam Hussein – la correzione aveva avuto in realtà il contrario effetto di trincerarli ulteriormente nella loro convinzione che “immediatamente prima dell'invasione US, l'Iraq aveva un attivo programma di ami di distruzione di massa”.
Morale? Così a occhio e croce diremmo che questo ci conferma la tendenza dell'Homo Sapiens a ignorare quei fatti che non collimano con le sue convinzioni, mentre lasciamo ai biologi il compito di spiegarci come ciò sia il risultato di un qualche meccanismo di difesa, che ci costringe ad aggrapparci alle nostre certezze più radicate, soprattutto quando un nuovo elemento sembra minacciarle, etc, etc.
Lo accettiamo? Ammettiamo che, per quanto ci sforziamo di convincerci di essere tra coloro che modificano il proprio pensiero in base ai fatti, sembriamo finire invariabilmente a fare l'esatto contrario? O preferiamo continuare a negarlo, proprio perchè questa affermazione non collima con le nostre convinzioni?
Qual è la formula per evitare di cedere alla nostra natura di accettare passivamente qualsiasi favola, purché sia né più né meno di ciò che vogliamo sentire? Abbandonare ogni certezza?
Àpoti, fedele alla sua etimologia, non beve alcun intruglio di cui non conosce la composizione, e può solo basarsi su un'unica premessa.
Ogni affermazione potrebbe essere falsa.
Compresa quest'ultima.

Rinaldo Francesca, 16/05/10

[1] Un approfondimento sul complotto del ricino può essere trovato qui:
http://www.globalsecurity.org/org/nsn/nsn-050411.htm
[2] La cifra, pubblicata dall'Home Office il 13 maggio 2009,è reperibile qui:
http://security.homeoffice.gov.uk/news-publications/news-speeches/stats-terrorism-arrests
[3] Declan Walsh: Pakistani students fight to clear their names, The Guardian, 04/12/09, disponibile su:
http://www.guardian.co.uk/uk/video/2009/dec/04/pakistani-students-arrest-release
[4] Vedere video di Adam Curtis: The Power of Nightmares, Part 1, 52' 22''. Disponibile gratuitamente su
http://freedocumentaries.org/int.php?filmID=135
[5] Franco Scottoni: Il superteste accuse: 'Volevano comprarmi perché confermassi la pista', Repubblica, 22 settembre 1985, reperibile su:
http://www.azur.altervista.org/modules.php?name=News&file=print&sid=7584
[8] Angela Balenzano, Fiorenza Salzanini: L'estate di Tarantini: “Droga e affari nella mia villa”, Il Corriere della Sera, 10 settembre 2009, disponibile su:
http://www.corriere.it/cronache/09_settembre_10/tarantini_interrogatorio_0abda0fe-9dca-11de-8f8c-00144f02aabc.shtml
[9] Feltri ci ripensa: “Boffo va ammirato”, Il Corriere della Sera, 4 dicembre 2009, reperibile su:
http://www.corriere.it/politica/09_dicembre_04/feltri-riabilitazione-boffo-accuse-omosessualita_3701ca94-e0e3-11de-b6f9-00144f02aabc.shtml
[10] Brendan Nyhan and Jason Reifler: When Corrections Fail: The Persistence of Political Misperceptions, reperibile su:
Doverosamente non possiamo non menzionare anche Ben Goldacre, che ha diffuso lo studio apparso su Political Behaviour e ha pubblicato le sue conclusioni qui:

Wednesday, 7 April 2010

Martin Kimani: Per i ruandesi, le scuse del papa devono essere intollerabili

Se gli abusi sessuali in Irlanda hanno portato alla contrizione papale, quanto disprezzo traspare nel silenzio del Vaticano sul suo ruolo nel genocidio.

Se siete cattolici irlandesi e siete stati vittime di abusi sessuali perpetrati da un prete, vi è stato recentemente letto un documento ufficiale dal Papa Benedetto XVI che dice: "Voi avete sofferto gravemente e io sono sinceramente dispiaciuto. So che nulla potrà cancellare il torto che avete subito. La vostra fiducia è stata tradita e la vostra dignità è stata violata".
Per tutti i cattolici praticanti in Ruanda, questa lettera dev'essere intollerabile, perché comunica loro quanto poco significhino per il Vaticano. Quindici anni fa decine di migliaia di cattolici furono fatti a pezzi all'interno di chiese. In alcuni casi preti e suore guidarono i massacri. In altri casi non fecero nulla mentre le atrocità avevano luogo. Questi non furono incidenti isolati. Nyamata, Ntarama, Nyarubuye, Cyahinda, Nyange, e Saint Famille furono solo alcune delle chiese che divennero teatro di massacri.
A voi, cattolici che siete sopravvissuti al genocidio in Ruanda, il Vaticano dice che quei preti, quei vescovi, quelle suore e quegli arcivecovi che pianificarono e uccisero non stavano seguendo ordini della chiesa. Ma la responsabilità morale cambia radicalmente se siete cattolici europei o americani. Ai preti irlandesi che molestarono i bambini, il papa dice questo: “Dovrete risponderne davanti a Dio onnipotente e di fronte a tribunali appositamente costituiti. Avete tradito la stima del popolo irlandese e portato vergogna e disonore sui vostri confratelli”.
Nessuna considerazione del genere è stata spesa nei confronti delle vittime in Ruanda. Alcuni tra le suore e i preti che furono condannati dai tribunali belga e dal Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda, rispettivamente, trovarono rifugio presso chiese cattoliche in Europa, nella loro fuga dalla giustizia. Uno di questi fu Padre Athanase Seromba, che guidò il massacro della parrocchia di Nyange e fu dal tribunale condannato a 15 anni in carcere. Nell'aprile del 1994, Seromba contribuì ad attirare nella sua chiesa 2000 uomini, donne e bambini disperati, che credevano sarebbero stati al sicuro. Ma il loro pastore si rivelò invece il loro carnefice.
Una sera Seromba entrò nella chiesa per portare via i calici della comunione e alcuni abiti clericali. Quando uno dei rifugiati lo pregò che venissero lasciate loro le ostie per l'Eucaristia, così che potessero almeno celebrare una messa – finale – il prete rifiutò e disse loro che quell'edificio non era più una chiesa. Un testimone al processo davanti al Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda ricordò un episodio che ci rivela la mentalità del prete.
Uno dei rifugiati chiese: “Padre, non può pregare per noi?” Seromba rispose: “Perché, è ancora vivo il dio dei Tutsis?”. Poco tempo dopo, ordinò che un bulldozer abbattesse i muri della chiesa sopra a coloro che si trovavano all'interno, dopodiché disse alle milizie di fare irruzione nell’edificio e sterminare i sopravvissuti. Al suo processo, Seromba disse: “Prete sono e prete rimango”. Ciò, a quanto pare, è la verità, visto che il Vaticano non ha mai ritirato le dichiarazioni che fece per difenderlo prima della sua condanna.
Nell’ultimo secolo, i vescovi cattolici si sono immischiati profondamente nelle politiche del Ruanda, con la piena consapevolezza del Vaticano. Prendete l'Arcivescovo Vincent Nsengiyumva. Fino al 1990 aveva servito come presidente nel comitato del partito al potere per quasi 15 anni, sostenendo il regime autoritario di Juvenal Habyarimana, che orchestrò l’omicidio di quasi un milione di persone. O l’arcivescovo André Perraudin, il più anziano rappresentante della chiesa romana nel Ruanda degli anni Cinquanta. Fu con la sua collusione e i suoi consigli che venne coniata l’odiosa ideologia razzista conosciuta come Hutu Power – spesso da preti e seminaristi in buoni rapporti con la chiesa. Uno di questi fu il primo presidente del Ruanda, Grégoire Kayibanda, segretario privato e protegé of Perraudin, il cui potere politico non aveva rivali.
Pertanto, il supporto per Hutu Power non fu né inconsapevole né ingenuo. Si trattò di una strategia per mantenere la potente posizione politica della chiesa in un Ruanda in via di decolonizzazione. La violenza degli anni Sessanta portò inesorabilmente al tentativo del 1994 di sterminare i Tutsis. Quelle furono le violente espressioni di una sfera politica dominata da pregiudizi secondo i quali gli Hutus e i Tutsis erano categorie razziali separate e antagoniste. Anche ciò fu un regalo dei missionari cattolici, dalle cui scuole e pulpiti per decenni vennero suonati i tamburi di false teorie razziali.
Questo atto di snobismo nei confronti delle vittime del genocidio in Ruanda arriva in un momento in cui la chiesa cattolica è sempre più popolata da credenti dalla pelle scura. È difficile non trarre l'evidente conclusione che le più alte gerarchie ecclesiastiche stanno disperatamente cercando di conservare un patrimonio razziale che sta rapidamente svanendo.
Forse è arrivato il momento che i cattolici obblighino i leader della loro chiesa a risolvere questo razzismo istituzionale che continua a sopravvivere, se la chiesa vuole davvero mettere in pratica le sue belle parole. Ciò che si esige è un riconoscimento di quelli che furono il potere politico e la responsabilità morale della chiesa, con tutte le implicazioni materiali e legali che ne conseguono.
Il silenzio del Vaticano significa disprezzo. La sua mancata autocritica sul proprio ruolo centrale nel genocidio ruandese può solo significare che è consapevole di non avere nulla da temere se nasconde la testa sotto la sabbia. Mentre sa che se ignora gli abusi sessuali di parrocchiani europei non sopravviverà i prossimi anni, può pure lasciare che quei corpi africani restino sepolti, deumanizzati e ignorati.
Questa è una buona strategia politica. E una posizione morale la cui duplicità e malvagità sono state testimoniate e documentate. Perché, a quanto sembra, molte persone, studiosi, governi e istituzioni dentro e fuori del Ruanda stanno scavando nelle loro responsabilità in quel genocidio. Il Vaticano si erge a eccezione, la sua posizione morale adesso ancora più bassa di quella del governo francese, con la sua perdurante amicizia con i génocidaires.

Martin Kimani, 29/03/10.
Articolo originale: For Rwandans, the pope's apology must be unbearable, reperibile su:
http://www.guardian.co.uk/commentisfree/belief/2010/mar/29/pope-catholics-rwanda-genocide-church

Una piccola nota: gli uomini ai vertici del Vaticano – ci sembra – non sarebbero i soli leader religiosi preoccupati di “conservare un patrimonio razziale che sta rapidamente svanendo”. A novembre dell’anno scorso, Jonathan H. Sacks, il Rabbino Capo di Impero Britannico e Commonwealth, ha fatto un discorso alla Camera dei Lords [1], nel quale deplorava lo stato “morente” dell’Europa. “L’Europa” diceva Sacks “è l’unico continente del mondo in decrescita demografica”. Lord Sacks ci rendeva inoltre noto che, a causa di valori superficiali ed egoisti, del consumismo, e dell’assortimento dei vari, obbligatori satana come darwinismo, relativismo morale, etc, etc, gli europei non fanno più figli e, come conseguenza, l’Europa “sta morendo”.
Non è questa la sede per investigare la validità della sua tesi; tuttavia, il grande afflusso annuale in Europa di immigrati provenienti da altri continenti non dovrebbe forse rassicurare Lord Sacks che la popolazione del nostro continente non corre alcun rischio di azzerarsi?
A meno che, come riteniamo, non sia la prospettiva di un’Europa non abbastanza bianca a terrorizzare veramente Lord Sacks.

Rinaldo Francesca, 07/04/10

[1] Europeans too selfish to have children, says Chief Rabbi, The Daily Telegraph, 05/11/09, reperibile su:

Monday, 29 March 2010

Via libera agli OGM della BASF

di Rinaldo Francesca

Ma chi crediamo di essere?
Davvero, scusate cari amici, ma – onestamente – dove pensiamo mai di poter arrivare, con la nostra incapacità di concentrarci, la nostra amnesia congenita, la nostra sindrome da deficit di attenzione, la nostra... la nostra... toh, è entrata una farfallina dalla finestra, che bei colori, mi ricordano quelli della giacca che devo assolutamente avere, quella che ho visto in vetrina da... da... insomma, lì, mentre facevo una vasca in Via... ero lì con la Stefy... o era Dennis? Che poi, ragazzi com’è ingrassata la Giusy, quasi non la riconoscevo, oops, mi squilla l’i-phone!
Ecco, vedete che cosa succede?
Certo, d’accordo già vi sentiamo dare la colpa a tanti fattori come, che so io, alle massicce dosi di additivi alimentari cui siamo stati esposti per decenni (E numbers, apartame) e che notoriamente provocano iperattività e danni cerebrali [1]; o magari alla televisione, infallibile arma di instupidimento di massa, il cui prodotto ci infliggiamo quotidianamente e che ci programma sapientemente il cervello da sempre - perché altrimenti suddetto prodotto andrebbe sotto la definizione di “programmi”?
Però è possibile ci siano anche ragioni storiche – solo un piccolo spunto di riflessione, via, non intendiamo dilungarci.
Dopotutto noi cittadini/lavoratori europei (ci riferiamo a quella generazione che una decina d’anni fa – lustro più, lustro meno – entrò nel mondo del lavoro in questo nuovo super-stato) siamo coloro che erano appena in fasce, o ancora da concepire quando, nelle strade e piazze d’Europa, miriadi di giovani andavano strillando vogliamo-tutto-e-sùbito, o qualcosa del genere.
Piccola parentesi, questo naturalmente non vale per l’Italia dove, per quanto riguarda l’entrata nel mondo del lavoro, la generazione di cui sopra si trova oggi nella fase ehm-mi-mancano-solo-2-3-esami-mamma-non-mi-stressare-che-cosa-c’è-per-cena?
Ma qui si divaga: ciò che si voleva dire è che, nati come siamo in quest’atmosfera di tutto-e-sùbito, come pensiamo di competere con chi da queste illusioni è immune, e che ne approfitta per – tenetevi pronti per la controversa eppur calzante metafora – poterci sodomizzare ad arte?
Dovremmo prendere esempio da figure eroiche del passato.
Per ispirazione, guardiamo alla vita del tedesco Carl Wurster, che fu presidente del consiglio di amministrazione della BASF durante la Seconda Guerra Mondiale.
Ora, essendo stata la BASF una componente della I.G. Farben, il conglomerato petrolchimico che finanziò l’ascesa del nazismo e che in cambio ottenne manodopera gratuita ed esseri umani su cui sperimentare sotto forma di prigionieri nei campi di concentramento, era prevedibile che, finita la guerra, il nostro Wurster sarebbe stato pregato di presentarsi al processo di Norimberga per spiegare due o tre cosette – il che puntualmente avvenne.
Ovviamente noi, fossimo stati al posto di Herr Wurster, avremmo intravisto in quelle accuse di schiavitù, nonché di crimini di guerra e contro l’umanità, la fine della nostra carriera e vita da persone libere.
Ma non Carl Wurster.
Ah no, lui non era certo di quelli che volevano tutto e sùbito, lui sapeva aspettare. La sconfitta in guerra e il processo di Norimberga furono per lui – come per tanti altri industriali tedeschi – solo dei trascurabilli ostacoli nel percorso, tant’è che, nemmeno quattro anni dopo il processo, il buon Wurster riottenne la posizione al timone della sua amata compagnia: dal 1952 al 1974, anno della sua morte, Carl Wurster fu dunque nuovamente a capo, questa volta come amministratore delegato, della sua BASF, la quale non fu nemmeno costretta a rifarsi una verginità e poté conservare il suo nome originale.
Lieto fine.
Ma non finisce certo qui: vedete, quello stesso ethos, quella stessa perseveranza e capacità di aspettare fanno tuttora parte della panoplia di valori nella BASF di oggi.
Vero, le tecnologie sono cambiate, i prodotti che la BASF regala adesso al mondo hanno una differente sfumatura di perfidia, però la saggia filosofia dei suoi fondatori non è stata tradita.
Eh sì, questa lungimirante compagnia è in grado di passare anche più di un decennio e mezzo fregandosi le mani nell’ombra mentre aspetta di poter finalmente vedere i suoi prodotti più controversi strisciare silenziosamente nel mercato internazionale. Senza spazientirsi, sbuffare o sbattere i piedini. Con discrezione.
Uno dei prodotti in questione si chiama amflora, una varietà di “patata” geneticamente modificata in modo tale da contenere un amido costituito quasi esclusivamente di amilopectina, il che dovrebbe facilitare l’estrazione di questo composto per l’industria della carta, tessile e di adesivi.
Capito? Nulla di cui preoccuparsi dunque.
Se si eccettua naturalmente il rischio di contaminazione del suolo, la minaccia alla biodiversità e il pericolo di trasferimento di un certo enzima che ha l’antipatica abitudine di interferire con la resistenza degli organismi agli antibiotici.
Per quest’ultimo problemino, trattandosi di antibiotici vitali nel combattere la tubercolosi, la EMeA (European Medicine Agency) ha suonato l’allarme; forse è questo il momento di aggiungere che, oltre a usare amflora per estrarre l’amido, la BASF si augura anche di poterne sdoganare gli scarti e venderli come nutrimento per il bestiame (le cui carni non sarebbero etichettate come OGM) [2].
Per il momento non c’è nulla di certo ma, dovesse questo essere il futuro, bisognerebbe aspettarsi un nuovo risorgere globale di TBC?
Che dire, se questo è il caso, alla BASF - dove vige il motto Geld Uber Alles - nessuno sembra preoccupato. Ve lo avevamo detto che questi sanno aspettare, nella certezza che prima o poi l’avranno vinta, no?
Pensate, fecero domanda per coltivare amflora in Europa nel lontano 1994: è da allora che aspettano il loro momento. Nel frattempo hanno incassato colpo su colpo, a causa di noialtri egoisti europei, che ci ostiniamo a non voler fungere da cavie umane per prodotti che nessuno veramente conosce.
Ciononostante, proprio come per Rocky Balboa, ogni colpo incassato sembra aver resa la BASF più forte e combattiva.
Quanta pazienza devono aver avuto i nostri amici alla BASF: tutti quegli anni ad aspettare, tutti quei due di picche dai politici, per non parlare dell’antipatica moratoria nella Comunità Europea, che imponeva un periodo di attesa sufficiente a consentire tutti gli studi necessari sugli OGM prima di approvarli.
Davvero, ma di che avevamo mai paura noi pavidi cittadini europei? Neanche ne andasse della nostra salute!
Insomma, fallite miseramente anche le campagne PR in stile Organismi Geneticamente Modificati: Proprio Come Natura Vuole, Ma Però Ancora Più Meglio, risultò chiaro che, se si voleva veramente vendere in EU l’incompresa amflora - e in séguito tanti altri suoi fratelli di provetta – sarebbe stato necessario aggirare tutti quei seccanti ostacoli democratici, e imporre il prodotto con la forza, che ci piacesse o no.
Detto fatto, L’Organizzazione Mondiale del Commercio provvide a sgridare la Comunità Europea per quella moratoria birichina, che venne prontamente eliminata nel 2004. D’altronde non era certo la prima volta che l’UE veniva redarguita per i suoi “crimini di commercio” (i più gravi che possano esistere secondo lo statuto dell’OMC). Sarete per esempio al corrente del fatto che l’UE paga già una multa annuale di $100.000 per avere la sfrontatezza di non voler importare e rifilare ai suoi cittadini il manzo statunitense pompato di ormoni della Monsanto [3].
E poi c’è chi dice che l’OMC è inefficiente!
Un’altra piccola vittoria arrivò poi nel 2006, con l’autorizzazione a coltivare queste adorabili Frankenstein Potatoes in Gran Bretagna, in via sperimentale... e finalmente, FFwd: marzo 2010: vittoria! La Commissione Europea ha approvato questo mese la coltivazione di amflora in Europa.
Visto? Chi la dura la vince!
Ebbene sì, l’ente europeo che ha dato la sua approvazione, la EFSA (European Food Safety Authority), con sede a Parma, ci assicura che è tutto a posto, niente da temere; o, per meglio dire, così farebbe se ci tenesse a far trapelare la notizia. Si è invece preferito agire con la solita discrezione di sempre. Non sia mai che gli europei scoprano che la Authority pagata con le loro tasse per vegliare sulla loro salute se n’è infischiata totalmente dell’opinione dei cittadini [4], preferendo piuttosto andare a braccetto con le corporazioni. Non sia mai.
D’accordo, capiamo perché vi siete alzati, avete preso a pugni il muro e scassato qualche suppellettile intorno a voi. Reazione perfettamente comprensibile. Siete calmi adesso?
Bene, vi assicuriamo allora che esiste un modo un po’ più costruttivo per reagire. Per cominciare, ad ogni modo. Vedete il link lì sotto? Accomodatevi. Firmate. Inviate.
Pace.

https://secure.avaaz.org/it/eu_health_and_biodiversity/

Rinaldo Francesca, 29/03/10


[1] Vedere, per esempio Martin Hickman: New link between E-numbers and hyperactivity, The Independent, 06/09/07, disponibile su: http://www.independent.co.uk/life-style/health-and-families/health-news/new-link-between-enumbers-and-hyperactivity-401505.html

[2] Elisabeth Rosenthal, A Genetically Modified Potato, Not for Eating, Is Stirring Some Opposition in Europe, The New York Times, 24/07/07, disponibile su:
http://www.nytimes.com/2007/07/24/business/worldbusiness/24spuds.html?pagewanted=1&_r=2

[3] Steve Schifferes: New US-EU trade war looms, BBC News 02/12/02, reperibile su:
http://news.bbc.co.uk/1/hi/business/2534179.stm

[4] Il 58% degli europei continua a essere contrario alla coltura di OGM nel proprio paese. Vedere pp.65-6 di questo documento:

Tuesday, 9 March 2010

È per il bene degli afghani: me lo ha detto il generale

di Rinaldo Francesca

Compunti ed emozionati come bimbi abbiamo letto l’intervista/scoop apparsa sul Corriere della Sera domenica scorsa. Ebbene sì, questa è la prima volta che il comandante della missione NATO/ISEF in Afghanistan parla con un giornale italiano, ci rivela trionfalmente l’intervistatore Davide Frattini. Come riuscire a reprimere un brivido di nervosismo nel cominciare a leggere quella che potrebbe essere un’informale pagella alle forze militari italiane? Speriamo di aver fatto una bella figura.
Macché, la suspense è intollerabile, passiamo direttamente alla conclusione: “Credo che gli italiani sarebbero orgogliosi dei loro soldati”, ci viene detto dall’uomo in persona.
Ecco, siamo già un po’ più sollevati.
Si chiama Stanley McChrystal l’autore della nuova strategia in Afghanistan, già celebrato per essere dietro al bombardamento che uccise Abu Musab al-Zarqawi, l’ennesimo “Numero Due di Al Qaida”. Qui si parla di quel “Numero Due di Al Qaida” che morì a Baqubah, Iraq, nel giugno 2006, per coloro che avessero ormai bisogno di un pannello con foto autoadesive, freccette e spilli colorati per riuscire a tenere dietro alla folta schiera di persone che di volta in volta hanno ricevuto dai media l’appellativo di “numero-due-di-al-Qaida”.
Veniamo dunque, con calma, al resto del pezzo sul Corriere.
Vero, vero: leggendo l’articolo alcuni tra voi potrebbero avere l’impressione di stare voyeuristicamente assistendo – più che a un’intervista – a un’abilissima performance di sesso orale, con il generalissimo McChrystal nei panni del beneficiario e il giornalista Frattini in quelli dell’esecutore; vi preghiamo però di non essere troppo crudeli: viviamo in tempi volatili e, dopotutto, dove sta oggi il sempre più sbiadito confine tra reporter e majorette?
Stanley McChrystal mantiene il fisico prosciugato da maratoneta”, ci informa Frattini, parlando dell’uomo responsabile di due attacchi aerei il mese scorso, uno nell’Helmand [1] e uno nell’Uruzgan [2], che sono costati la vita a 12 e a 27 civili, rispettosamente.
Sagomato nelle forze speciali [...] ha lo sguardo in allerta di chi non si distrae neppure quando dorme (poco, quattro ore a notte)”.
Con queste premesse, Àpoti vuole qui essere il primo ad avere il piacere di porre i nomi McChrystal e Napoleone nella stessa frase, un’usanza che, non dubitiamo, diventerà vieppiù frequente nei media.
Non disperiamo, il generale verrà a suo tempo grigliato con una domanda difficilina – chi avrà la vista acuta e pazienza di arrivare fino alla fine dell’articolo non mancherà di trovarla – ma procediamo con ordine.
La domanda rompighiaccio ha il sapore dell’incredulità: ma veramente, signor generale, le forze Nato resteranno in Afghanistan per un minimo di altri quattro anni? Perentoria è la risposta del signor generale:
Questa decisione dipende totalmente dalla leadership politica”, e più non dimandare.
Sono dunque i politici, e non il Pentagono? Perbacco, e noi che credevamo il Pentagono avesse fatto tutto il possibile per tenere la questione afghana fuori dal Congresso, frettoloso com’è di mettere le mani su altri 33 miliardi di dollari [3] per continuare l’occupazione! Adesso chi ha il coraggio di informare McChrystal che il senatore Dennis Kucinich (ve lo ricordate? Ex candidato alla Casa Bianca?) sta raccogliendo consensi per obbligare il Congresso a mettere la cosa in discussione, prima di tirare fuori il portafoglio... dei contribuenti [4]?
Dia una definizione di vittoria in Afghanistan”, procede Frattini; e viene quasi la tentazione di credere che si aspetti davvero una risposta differente da: “La vittoria, giovanotto, significa poter continuare l’occupazione ad libitum”. Perché – diciamolo pure – la prosecuzione di questa meravigliosa avventura sarebbe già di per sé un bene per gli afghani.
Scusate, abbiamo detto “afghani”? Pardon, intendevamo dire “appaltatori del Pentagono, compagnie di armamenti & affini”: i soliti nomi balzano in mente, BAE Systems o – che so io – Lockheed Martin, che solo l’anno scorso ha speso quasi dieci milioni di dollari in lobbying [5]. Senza voler fare torto, naturalmente, ad altri imprenditori medio-grandi, come i mercenari della Blackwater (scusate, ormai si chiamano appaltatori di sicurezza paramilitari della Xe, per usare il termine politicamente corretto e aggiornato), i quali non vedono l’ora di ottenere lucrativi contratti in Afghanistan per la somma di un miliardo di dollari [6].
La risposta di McChrystal è invece da manuale: “Quando il popolo afghano avrà la libertà di scegliere, quando avrà l’opportunità — a tutti i livelli, non solo poche persone — di plasmare il governo e la società che vuole”. Verrebbe quasi da ammirare il generale per le sue commuoventi parole, se non fosse che, solo poche righe più in giù nell’intervista, si lascerà scappare un imbarazzante “Adesso dobbiamo noi installare un governo”. Oops. Viva la sincerità.
Sì d’accordo, abbocca Frattini, ma “perché gli altri Paesi occidentali, tra loro l’Italia, dovrebbero continuare il loro impegno?
Giovanotto, non faccia il furbo con il generale; ci sembra quasi d’immaginare il paterno comandante sorridere pazientemente mentre spiega: “Il terrorismo transnazionale, come Al Qaeda, ha usato l’Afghanistan prima del 2001 e da allora mantiene una presenza”, il che è un capolavoro di risposta, ammettiamolo. Non vi sarà certo sfuggito che questo tipo di ragionamento prepara il terreno per legittimare futuri attacchi contro qualsiasi paese dove si trovino a soggiornare, anche di passaggio, eventuali attentatori – in primis il Pakistan, come sta in effetti succedendo da mesi.
D’altronde – a questo proposito - Barack Obama, già durante la sua campagna elettorale nel lontano agosto 2007, si fece sfuggire in pubblico la sua intenzione di bombardare del più e del meno anche territori pakistani se necessario, qualora (quando) fosse divenuto presidente [7]. Certo, due anni fa uno scenario del genere era anatema, a giudicare dai furibondi e scandalizzati commenti rilasciati a suo tempo dagli allora rivali di Obama, Joe Biden e Hillary Cinton.
Oggi è cronaca, e Biden, Clinton & Co, ormai parte di un’unica, armoniosa famiglia, approvano con entusiasmo.
Procedendo con l’intervista, “L’ammiraglio Mike Mullen, capo di Stato maggiore americano, chiede ad Hamid Karzai, presidente afghano, «passi concreti» contro la corruzione. Generale, quali iniziative vorrebbe vedere?
Non per voler rovinare a tutti i costi la festa, Frattini & McChrystal, ma ci sembra di ricordare che l’attuale governo di Hamid Karzai salì al potere nell’agosto del 2009 grazie a brogli elettorali, stando all’osservatore delle Nazioni Unite Peter Galbraith (il quale fu prontamente rimosso dall’incarico per averlo fatto notare) [8]. Tecnicamente dunque, non sarebbero da considerarsi un “passo concreto” le dimissioni? Sempre naturalmente che sia tuttora valido il principio secondo cui un candidato dovrebbe diventare presidente a condizione – che so io - di aver ricevuto la maggioranza dei voti, piuttosto che poter semplicemente esibire promettenti agganci con la Union Oil Company of California (Unocal Corporation) [9].
La risposta del generale è invece un po’ più sullo scioccante tono in stile la-corruzione-è-male-la-democrazia-è-bene, o qualcosa del genere. Per citare direttamente l’autore: “Azioni credibili contro la corruzione sono fondamentali, dai livelli più alti del governo giù fino a quelli locali, accompagnate dalla volontà di processare e punire i colpevoli”. Là!
Ma vi avevamo promesso una frecciata che avrebbe inchiodato McChrystal, no? Bene, grazie per averci seguiti fino a qui, ecco la ricompensa: “Nell’offensiva a Marjah sono stati uccisi 28 civili” incalza Frattini “e altri 27 sono morti nel raid contro un convoglio, il 22 febbraio, nella provincia di Uruzgan”.
L’hai fatta grossa Frattini: adesso hai fatto arrabbiare il generale. Fortunatamente McChrystal è diplomatico, e ti spiega che l’evitare di sterminare civili “nella guerra moderna è un obiettivo molto difficile da raggiungere, quando il tuo nemico prova a creare le condizioni perché ci siano gli errori”. Capito? È colpa degli afghani. E adesso vedi di rigare dritto.
Le poche domande seguenti sono infatti più consone e toccano quasi esclusivamente tattiche militari, dando così al generale l’opportunità di dire: “Non voglio rivelare dettagli”.
Se lo facessi, dovrei poi ucciderLa e farlo sembrare un incidente, Frattini.
Ma è la domanda conclusiva ad aggiudicarsi una ben meritata medaglia: “I Paesi occidentali sono pronti ad accettare negoziati con insorti con «le mani sporche di sangue»? Si parla di trattative con Gulbuddin Hekmatyar, un signore della guerra responsabile di numerosi attacchi contro le forze della coalizione”.
Via-via, Frattini, ci meravigli! Dovresti sapere che i vecchi amici non si dimenticano mai! E questo simpatico giovane, Gulbuddin Hekmatyar – il cui passatempo era gettare acido corrosivo sul volto delle donne vestite in maniera non conforme alla sua interpretazione coranica sull’abbigliamento, quando non era troppo occupato a incrementare la produzione di oppio minacciando con un fucile automatico gli agricoltori alle sue dipendenze – questo dinamico imprenditore rientra decisamente nella categoria cari-vecchi-amici. Come spiegare altrimenti le decine di milioni di dollari che la CIA mise generosamente nelle sue mani sul finire dei trendy Anni Ottanta [10]?
Il generale fortunatamente soprassiede, e ci ricorda che: “dev’essere prima di tutto una decisione afghana, con un coinvolgimento della comunità internazionale”.
Ahia, e ora chi si incarica di dare la brutta notizia al generale, e cioè che il 67% degli afghani vuole le truppe d’occupazione fuori dal suo paese? O che, per meglio dire, solo il 37% degli afghani è a favore delle truppe U.S./NATO/ISAF nella loro area, secondo un sondaggio condotto l’anno scorso da ABC/BBC/ARD [11]?
Pazienza; se non altro, quest’intervista ci ha regalato un frammento per cercare di capire quali siano i pattern mentali che regolano il funzionamento del cervello di un alto ufficiale del calibro di McChrystal. Come funziona la mente di un generale? Che cosa gli fa dire le cose che dice, per esempio sul fatto che “dev’essere prima di tutto una decisione afghana” e simili amenità?
Voi non trovate che quest’intervista sia utile per capire come la pensi l’uomo “che guida gli eserciti di 44 nazioni” sul popolo che afferma di voler aiutare?
No? Vi invitiamo allora a considerare la profonda citazione che funge da premessa all’intervista: “[...] quando hai a che fare con un cane, fermati un attimo, considera come la vede lui
Leggere per credere.
L’intervista è reperibile qui:
Rinaldo Francesca, 09/03/10

[1] Declan Walsh & Stephen Bates: Nato rockets kill 12 Afghan civilians, The Guardian, 14/02/10, disponibile su: http://www.guardian.co.uk/world/2010/feb/14/nato-rockets-kill-afghan-civilians
[2] Afghanistan condemns deadly Nato air strike in Uruzgan, disponibile su:
http://news.bbc.co.uk/1/hi/8528715.stm
[3] Anne Gerean & Anne Flaherty: War Cost: Obama Wants $33 Billion More For Afghanistan, Iraq, The Huffington Post, 01/03/10, disponibile su:
http://www.huffingtonpost.com/2010/01/13/war-cost-obama-wants-33-b_n_421229.html
[4] Robert Naiman: Kucinich Forces Congress to Debate Afghanistan, disponibile su:
http://www.informationclearinghouse.info/article24926.htm
[5] Disponibile su:
http://www.informedlobbying.com/blog/
[6] Adam Entous, Sue Pleming & Stacey Joyce: Key lawmaker seeks to block $1 billion Blackwater deal, News Daily, 04/03/10, disponibile su:
http://www.newsdaily.com/stories/tre6234qb-us-afghanistan-blackwater/
[7] Ewen MacAskill: Pakistan criticises Obama after warning on military strikes, The Guardian, 04/08/07, disponibile su:
http://www.guardian.co.uk/world/2007/aug/04/alqaida.pakistan
[8] Richard A. Oppel Jr. & Neil MacFarquhar: After Clash Over Afghan Election, U.N. Fires a Diplomat, The New York Times, 30/09/09
[9] Tom Turnipseed: A Creeping Collapse in Credibility at the White House:
From ENRON Entanglements to UNOCAL Bringing the Taliban to Texas and Controlling Afghanistan, disponibile su
http://www.counterpunch.org/tomenron.html
[10] John Pilger: What good friends left behind, The Guardian, 20/09/03, disponibile su:
http://www.guardian.co.uk/world/2003/sep/20/afghanistan.weekend7
[11] disponibile su:
http://abcnews.go.com/images/PollingUnit/1083a1Afghanistan2009.pdf

Sunday, 7 February 2010

Un film un po’ scomodo? Poco male, in Italia non lo vedrete

di Rinaldo Francesca

¡Abre los ojos! Insomma, “Apri Gli Occhi”, recita il titolo di quel film di Alejandro Amenabár: un’etichetta che – diciamo la verità – è preferibile a quella che fu affibiata al suo clone americano Vanilla Sky, realizzato quattro anni dopo da Cameron Crowe per la modica somma di qualche triliardo di dollari.
Il problema, caro Alejandro, è che talvolta aprire gli occhi può farci correre il rischio di imparare qualcosa e, non sia mai, regalarci dei sonni agitati. Per questo è importante che ci siano sempre persone disposte a vigilare assiduamente sul nostro sonno, particolarmente in Italia. Ragion per cui il tuo nuovo film Agorà probabilmente non verrà proiettato nelle sale cinematografiche italiane. Torniamo pure a dormire.
Sì, è vero, ne esiste una versione in lingua originale disponibile sul caro vecchio freemediatv.com, ma si tratta di un’orrenda copia filmata in un cinema, che propone solamente quelle sei o sette principali scene, spiattellate e ripetute in ordine sparso per la durata di due ore (qui si parla per esperienza: ce ne siamo inflitti personalmente una visione per evitarvi di sprecare due ore della vostra vita).
Allora, Free Media TV, ce lo dite voi come possiamo valutare di persona quanto offensiva – o innocua - possa essere l’ultima fatica di Amenabár con questi pochi elementi a nostra disposizione? D’accordo, ci è stato detto che Agorà è ambientato ad Alessandria d’Egitto agli albori del V secolo; d’accordo, sappiamo che documenta gli ultimi anni della vita di Hypatia – o Ipazia – matematica, astronoma e filosofa locale, e che ci sono buone probabilità che il racconto di quell’epoca, legata a un poco edificante capitolo nella storia paleocristiana, soprattutto se fedele alle testimonianze storiche, non sia stato digerito molto bene dalle autorità vaticane.
Non si potrebbe però far finta, almeno per una volta, di avere a che fare con un pubblico di persone adulte, in grado di pensare indipendentemente e formarsi un’opinione dopo aver visionato il film? Magari dopo aver fatto anche qualche ricerchina?
A quanto pare no: la strepitosa notizia è che la maggior parte degli italiani non vedrà mai Agorà. Sogni d’oro.
Ci rivela infatti Fulvia Amabile su La Stampa che, per quanto riguarda l’acquisto dei diritti del film “In Italia per il momento tutto tace. I produttori l’hanno guardato con attenzione al Festival di Cannes a maggio, quando era stato presentato fuori concorso. Poi una lunga pausa di riflessione. Così lunga e così silenziosa da aver fatto pensare a molti a qualcosa di più di una semplice valutazione dal sapore economico-aziendale” [1].
E ora le consuete domande di Àp0ti (non ce ne vogliate: noi non residiamo nel Belpaese, siete voi i nostri occhi laggiù): si sa più niente del film? È stato squarciato il velo dell’omertà? È poi apparso sugli schermi della penisola? Attendiamo fiduciosi qualche risposta.
Tuttavia, dovesse la risposta essere un grosso-grasso “no”, ve ne prego, abbiate un po’ di comprensione per questi silenziosi distributori che tuttora si ostinano a fischiettare e fare i vaghi, nella speranza che anche questa storiaccia, come tutto, finisca presto nel dimenticatoio. Vi chiediamo dunque di togliervi dalla mente le prevedibili parole “Viscidi-codardi-baciapile” e cerchiamo piuttosto di capire che cosa possa mai aver portato a questa censura.
Dopotutto nel 1988 L’Ultima Tentazione di Cristo arrivò eccome nelle sale di tutta Europa, Italia compresa: certo, non è difficile immaginare che anche in quel frangente i soliti distributori italiani, nel decidere se acquistare il film o no, dovettero probabilmente avere centinaia di simili, lassativi scrupoli prima che prevalesse finalmente il buon senso (degli affari, naturalmente). Tuttavia Temptation venne distribuito, e messo a disposizione di chiunque avesse qualche soldo in tasca, desiderio di andare a vederlo, e sufficiente coraggio di attraversare il cordone di picchetto davanti al cinema, formato da suore inferocite e disposte a prendere a pugni in faccia chi volesse avventurarsi nel cinema (accadde a Dublino, assicura lo scrittore Graham Linehan).
E allora che cos’è diverso oggi? Ipazia?
Che ne dite, procediamo su questa ipotesi e, lasciando per un attimo da parte il film, diamo un’occhiata al personaggio storico? Ci state?
Siamo ad Alessandria d’Egitto sul finire del IV secolo: un’epoca in cui, come scrive il teologo Hans Kung, “il cristianesimo si apprestava a trasformarsi da chiesa perseguitata a chiesa persecutrice” [2]. In altre parole, è una chiesa che – ormai sicura di sé e imbaldanzita da documenti ufficiali che da decenni ne sanciscono la legittimità (dall’editto di Milano in poi) - si sta rendendo conto che è finalmente arrivato il suo turno di negare ad altri culti quella magnanima tolleranza che essa stessa aveva passato più di tre secoli a esigere per sé.
A capo di un instabile impero, ormai destinato a spaccarsi in due, è il bizantino Teodosio I, un tipo con il quale non si scherza: si sa, è il primo imperatore a proibire ufficialmente tutte le osservanze pubbliche di riti non cristiani, cancellarne le festività, chiudere i templi e colludere con atti di sana e cristiana violenza alle spese di malcapitati ebrei e pagani. Si pensi ai suoi amorevoli editti, uno dei quali sentenzia che chiunque sorpreso a sacrificare – che so io – un capretto o a consultarne le viscere a scopo divinatorio, dovrà essere punito con la stessa pena prevista per il reato di lesa maestà.
Pena di morte, nel caso vi fosse sorta la curiosità.
È in questo periodo, dominato da fraterna e cristiana carità, che i possedimenti di cittadini considerati ‘eretici’ vengono confiscati, i loro templi purificati e ridedicati a questo nuovo monotesimo senza compromessi, non prima naturalmente di aver distrutto ogni traccia del loro passato pagano: questo include, ad Alessandria d’Egitto, un vandalico accanimento contro il Serapeio, un tempio dedicato a una scuola misterica, la cui biblioteca viene data alle fiamme, e le cui statue vengono trascinate in strada e distrutte.
Questa fresca ondata di bigotto fondamentalismo non accenna a diminuire con gli anni, né è d’aiuto il fatto che, morti nel giro di vent’anni Teodosio I e suo figlio Arcadio, a ereditare ufficiosamente il trono nel 414 d.C. sia la teenager Elia Pulcheria, motivata da devota adorazione nei confronti di Cirillo, pope d’Alessandria.
Un bel quadretto, no? E di questo Cirillo, pensate ciò che volete, ma non si può certo dire che se ne stia con le mani in mano.
Ci racconta Piergiorgio Odifreddi che “in soli tre anni il predicatore della religione dell’amore riuscì a fomentare l’odio contro gli ebrei, costringendoli all’esilio. Servendosi di un braccio armato costituito da monaci combattenti sparse il terrore nella città e arrivò a ferire il governatore Oreste. Ma la sua vera vittima sacrificale fu Ipazia, il personaggio culturale più noto della città” [3].
Insomma, chi è questa Ipazia?
Scienziata e docente, “così rispettata per la sua erudizione da aver sconfitto i pregiudizi degli uomini ed essere assorta allle massime cattedre nelle scuole di Alessandria. Le folle di fanatici cristiani le attribuirono la colpa di aver impedito una riappacificazione tra il Prefetto d’Egitto e Cirillo, vescovo di Alessandria”; così si legge nella monumentale Storia del Cristianesimo di Diarmaid McCulloch [4].
O dovremmo dare ascolto alla più romanzesca versione di Jonathan Black, che nella sua Storia Segreta del Mondo, la vorrebbe “una delle menti più brillanti del suo tempo, [che] attirava grandi folle di spettatori ai suoi seminari [e che] spiegava nelle sue lezioni come il cristianesimo si fosse evoluto dagli insegnamenti delle scuole dei Misteri”? [5]
Fu questo che fece schiumare alla bocca i pii seguaci di Cirillo?
D’accordo, vi sento ansiosi di passare alla parte splatter di questa storia; la seguente narrazione è basata su quanto ci tramanda lo storico contemporaneo Socrate Scolastico.
“Alcuni di questi [monaci combattenti], animati da bigotto e feroce zelo e guidati dal loro capo Pietro Lettore [braccio destro di Cirillo, n.d.r.], le sbarrarono il cammino verso casa, la trascinarono fuori dalla sua carrozza, la condussero nella chiesa chiamata Cæsareum, dove la spogliarono completamente e la massacrarono con delle mattonelle [alcuni dicono che la scuoiarono con delle conchiglie d’ostrica, n.d.r.]; dopo aver fatto a pezzi il suo corpo, portarono le sue membra spolpate in un posto chiamato Cinaron e lì le bruciarono”[6].
Bene, vi domanderete, vi fu un’inchiesta a séguito di questo spirituale episodio di carità cristiana?
Certo che ci fu un’inchiesta, perbacco, la giustizia deve fare il suo corso! Un vero peccato dunque, che a occuparsi del suo frettoloso insabbiamento fu proprio la de facto imperatrice Elia Pulcheria, manovrata a sua volta dal vescovo Cirillo.
Allora, tornando al film di Amenabár, quello che in Italia si è pensato bene di non distribuire per non turbare certe sensibilità: possibile che la chiesa, aperta e moderna come la conosciamo oggi a sedici secoli di distanza, chiesa cool con chitarre e blue jeans, che si-rinnova-per-la-nuova-società, per citare il poeta, non abbia ancora trovato il tempo di dissociarsi dall’infame martirio della filosofa? Perché, dio-non-voglia, se la posizione della chiesa fosse tuttora schierata a favore di Cirillo ed Elia Pulcheria, mandante di un brutale omicidio il primo, omertosa insabbiatrice che consentì l’impunità a un branco di assassini la seconda, beh se così fosse, questi due personaggi sarebbero – per esempio – celebrati come santi; magari – che so io – come San Cirillo e Sant’Elia, chissà, forse venerati il 27 giugno e il 10 settembre, rispettivamente.
Non sia mai.
Né sia mai detto che noi di Àp0ti ci permetteremmo di segnalarvi una petizione che circola dal novembre 2009 per fare pressione su Canal + España, Cinebiss, Himenóptero, Mod Producciones, Telecinco Cinema, Twentieth Century-Fox Film Corporation e chiunque abbia voce in capitolo acciocché il film venga distribuito in Italia, petizione reperibile a questo indirizzo:

http://zamparini.wordpress.com/2009/11/09/supera-le-5-000-firme-la-petizione-perche-il-film-agora-trovi-distribuzione-in-italia-tra-i-supporter-hack-e-odifreddi/

Mai e poi mai.
Pace.

Rinaldo Francesca, 07/02/2010

[1] Fulvia Amabile: Il film che l'Italia non vedrà, La Stampa, 07/10/09, http://www.lastampa.it/_web/CMSTP/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=124&ID_articolo=730&ID_sezione=&sezione
[2] Hans Kung (2003), The Catholic Church: a Short History, p.79
[3] Piergiorgio Odifreddi. «E il vescovo ordinò: “Uccidete Ipazia”, la prima matematica della storia. Inventò l’astrolabio, il planisfero e l’idroscopio. Fu la vittima del conflitto tra fede e ragione». La Stampa, sabato 21 agosto 1999, supplemento tutto Libri tempo Libero pagina 5, disponibile su
http://www.uaar.it/ateismo/contributi/07.html
[4] Diarmaid McCulloch (2009), A History of Christianity. The First Three Thousand Years, pp.220-1.
[5] Jonathan Black (2008), The Secret History of The World, p.317